15 Luglio 2024

PRIMO CAPITOLO di The Real Entertainment: https://www.giadazinzeri.it/primo-capitolo-la-creme-de-la-creme/(si apre in una nuova scheda)

SECONDO CAPITOLO di The Real Entertainment: https://www.giadazinzeri.it/the-real-entertainment-secondo-capitolo-un-nuovo-mondo-digitale/

.

.

Terzo Capitolo

Non sanno cosa significa per noi crescere

.

Mentre sfrecciava per via Moscova, a Rob piaceva pensare a sé stesso come a una celebrità fatta e finita.

Quando si guardava allo specchio cercava di vedere solo Rox, qualche orologio d’oro e un conto in banca astronomico, tra i 100mila e i 500mila, più il margine di crescita che aveva mese dopo mese. Qualsiasi cosa che non gli facesse pensare che in realtà, quella ricchezza, non l’aveva mai posseduta e non lo aveva mai davvero cambiato.
Che forse, ricco non lo sarebbe mai stato finché avesse avuto quella mentalità.
Finché nel suo sguardo avesse visto gli occhi di suo padre.

A volte le droghe leggere riuscivano a farlo sentire libero e forte.

Altre volte ci riusciva l’alcol, che rendeva tutto splendido e sfavillante.

Ma in fin dei conti, quella cosa, anzi, quel sentimento, quel brivido autentico, glielo regalava solo Caterina. Lei, che i soldi li aveva e non li vedeva, non le interessavano se non nella misura con cui garantire ai suoi tre figli un futuro dignitoso. Lei che lavorava tutto il giorno, ma per portare la verità nel mondo, per praticare un giornalismo trasparente, limpido, che spiegasse cosa succedeva in giro e dare gli strumenti alla gente per capirlo, riconoscerlo, combatterlo.

Rob, contro ogni sua abitudine, si era alzato alle prime luci dell’alba e aveva osservato Milano accendersi e prepararsi a correre e lanciarsi a capofitto senza guardare indietro chi non riusciva a tenere il ritmo, o gli veniva un infarto. O si lanciava da un quinto piano.

I bar erano già aperti per soddisfare le esigenze dei consumatori, stazioni, metropolitane e bus erano inondate da lavoratori e pendolari, i borseggiatori si nascondevano un po’ ovunque.

Il solito girone a metà fra il perverso e l’eccitante.

Rob non si capacitava spesso di quelle cose. Per lui andare in giro a quell’ora era illegale, odiava alzarsi al mattino e non solo perché di solito andava a letto alle due – come minimo.

Ma alle sette del mattino era sicuro di riuscire a fermare Caterina e parlare con lei.

A differenza sua la giornalista aveva voglia di alzarsi, accompagnava i bambini al prescuola, poi correva in ufficio e il resto della sua tipica giornata era un susseguirsi di impegni.

Questo, era ciò che gli diceva negli ultimi giorni per non incontrarlo.

Che fosse una scusa o meno perché era ancora arrabbiata con lui, Rob voleva parlarle.

All’inizio l’uomo aveva provato molta rabbia nei suoi confronti per essere così ostinata ad evitarlo, ma poi la nostalgia aveva avuto la meglio e già questo conservava dell’incredibile.

Lui, che non durava mai troppo con una donna, continuava a rimanere appresso ad una che aveva tre bambini e dimostrava una serietà che gli aveva fatto capire dal primo momento in cui ci aveva parlato di avere davanti una persona con carattere e la testa sulle spalle.

Insomma, già questo era tanto, si ripeteva lui.

Darle ciò che ora desiderava era una cosa troppo difficile, non era cambiato a tal punto.

Ma voleva fare pace quindi aveva deciso che avrebbe iniziato con l’offrirle un caffè e un croissant.

Quando si era ormai avvicinato alla modesta villetta di Caterina, Rob notò due auto. E imprecò nella sua testa. La madre di Caterina probabilmente aveva dormito da lei. Ora solo un miracolo gli avrebbe permesso di parlarle.

Vedendo Caterina e sua madre uscire, si nascose e rimase ad osservarle. Le due sembravano impegnate in una discussione tesa.

Rob vide Caterina guardare il suo orologio al polso, poi baciò i figli uno ad uno. I bambini corsero verso l’auto della nonna.

Rob sorrise: se i marmocchi fossero andati con la vecchia, pensò, avrebbe avuto una possibilità di parlare con Caterina.

Quasi improvvisò un balletto in mezzo alla strada quando la donna anziana salì in auto. Aspettò a malapena il tempo che partisse per fiondarsi da Caterina che si stava già apprestando ad entrare nel suo veicolo.

Appena lo vide, Rob non seppe dire se provò solo rabbia o una punta di inaspettato piacere. Lui aveva lasciato volutamente i capelli lunghi sciolti invece di legarli: Caterina gli aveva già confessato di adorarli, lunghi e scompigliati.

Ma lei poi tirò fuori la sua aria incattivita.

«Devi avvisare prima di venire. E non ho tempo».

Rob le afferrò il polso e guardò il suo orologio. «Sono ancora le sette e ventiquattro, ce la fai a degnarmi di qualche minuto e accettare la colazione».

Caterina, che ci teneva ad onorare la promessa che aveva fatto a sé stessa, scosse la testa.

Rob sospirò guardandola in tutta la sua bellezza, o almeno in quella che lui reputava bellezza.

Aveva solo ventisette anni ma tre parti, un matrimonio fallito e un lavoro impegnativo l’avevano invecchiata. Non aveva la freschezza di una donna di quell’età, specialmente sul viso, che presentava già qualche ruga. Ma le sue labbra erano piene, aveva occhi da cerbiatta, sopracciglia marcate e capelli molto lunghi, folti e corvini.

Tutto, di lei, faceva impazzire Rob.

E capì che doveva darci un taglio alla loro lite.

«Ieri ho parlato con un’amica. Mi ha fatto notare dov’è che sbaglio. Aveva perfettamente ragione».

Caterina annuì. «Sono contenta che hai finalmente dato retta a qualcuno, Rob. Quando te lo dicevo io non serviva a niente».

«Sto cercando di scusarmi, cazzo!», sbottò lui.

La donna ridusse gli occhi a due fessure. «Come al solito, non riesci a sostenere una conversazione».

Caterina provò ad entrare in auto ma Rob non glielo avrebbe permesso se prima non avessero trovato un compromesso.

«Ti ho detto che sono qui per fare pace! Dimmi che cosa vuoi che faccia per dimostrarti che puoi fidarti di me».

«Mi stai dicendo che vuoi fare un passo indietro?».

«Sì!», rispose Rob con determinazione.

«Oggi ho molto da fare in ufficio. Andresti a prendere i bambini a scuola?».

Rob si figurò per un momento in giro con quei tre marmocchi scalmanati. Non era un fan dei bambini, non lo era mai stato. E immaginarsi come un padre surrogato riportava quelle paure di un ruolo serio in una relazione. Anche perché non aveva mai goduto del lusso di un buon esempio paterno.

Tornò alla realtà e si accorse che Caterina lo stava guardando con un’espressione del tipo “gli uomini sono tutti uguali” perciò tirò fuori un sorriso ed esclamò: «Certo! Lo farò».

Caterina alzò un sopracciglio. «Tu li odi i bambini».

«Non i tuoi. Ormai sono un pezzo di cuore», disse Rob portandosi una mano al petto con espressione amorevole.

Caterina non riuscì a non ridere. Se con l’immaturità di Rob ci litigava, non poteva negare che il suo lato divertente era uno dei tratti del suo carattere che amava di più.

Rob le porse brioche e caffè. «Mangia e bevi, mi raccomando. Però stai attenta alla guida». Le lasciò senza preavviso un bacio sulle labbra.

«Ti odio», mormorò con un sorriso, arresa alle sue premure.

«Sì, lo so!».

Consapevole che si sarebbe svegliato presto quel giorno Rob aveva concordato con Debora e Andrea un incontro a casa di quest’ultimo alle nove.

Reduce della riappacificazione con Caterina, l’uomo era pieno di energie e pronto per mettersi al lavoro. Ricucire il rapporto con lei gli aveva fatto conquistare uno scomodo compito nel pomeriggio, ma era ormai fiducioso che tra l’arrivo di Debora e la vita sentimentale sistemata le cose sarebbero andate per il meglio, tra ricchezze professionali e personali.

Purtroppo l’universo non fu d’accordo con i suoi piani e li mandò in frantumi molto presto. Rob era solito pensare che la vita avesse deciso il giorno stesso in cui era nato che sarebbe stata bastarda con lui.

Proprio mentre saliva le scale del condominio di Andrea gli arrivò un messaggio dal padre. Era forse la prima volta. Al pensiero ridacchiò, chiedendosi da chi si era fatto aiutare. Era così all’antica che era già tanto che sapeva cosa fosse un cellulare, ora voleva fargli credere che aveva imparato ad usarlo?

Ma il contenuto del messaggio gli fece perdere il moto di derisione ed ebbe voglia di scaraventare il cellulare.

Si affacciò al pianerottolo dell’appartamento di Andrea con in testa il pensiero del genitore.

Le urla di Debora gli giunsero alle orecchie come un pugno.

«Sei un…», la ragazza esitò, pensando al termine fiorentino bischero, che però Andrea non avrebbe capito essendo, solo, un milanese. Alla fine concluse: «un grandissimo stronzo, lo sai?».

Rob accelerò il passo.

«Ah, passiamo alla fase in cui rivolgi insulti al tuo datore di lavoro?», replicò Andrea, ma il suo tono non era serio, bensì beffardo.

«Smettila!», esclamò la ragazza, esasperata.

Rob fece finalmente la sua entrata. Quando Debora lo vide, sgranò gli occhi.

«Rob!».

Il ragazzo sussultò. Andrea gli rivolse uno sguardo che sembrava augurargli buona fortuna, sicuro che la mora avrebbe tormentato Rob visto che aveva fallito con lui.

«Ascoltami», disse braccandolo. «Andrèn, Rox… Ho bisogno di un nome d’arte anch’io!».

«E cosa vuoi da me?». Rob la guardava come se fosse un russo che cerca di parlare in cinese con un francese.

«Aiutami! Trovami qualcosa di buono».

Rob lanciò un’occhiata di Andrea, rimasto immobile dietro la ragazza. Lui gli fece cenno di no con la testa.

«Quello che sto per dire non ti piacerà, tesoro… Ma credo che sia una cosa che tu debba decidere da sola, Deb».

Lo sguardo di Debora si trasformò in quello di una tigre. Ma non fu sufficiente per mettere paura a Rob, che si grattò il mento e scosse la testa facendole capire che nulla al mondo gli avrebbe fatto cambiare idea.

«Non è giusto», fu tutto quello che riuscì a dire la ragazza.

Andrea provo un po’ di invidia per Rob per essersela cavata con così poco.

«Per ringraziarmi per aver sopportato il momento peggiore mi devi come minimo una bottiglia di champagne», gli fece notare.

Debora spostò lo sguardo furioso tra i due uomini che ridevano e la fissavano come se si fosse vestita da clown.

«Comunque», disse Rob, tornando serio, «abbiamo molto da fare, oggi. Trovare un nome d’arte sarà l’ultimo dei tuoi problemi».

Il lavoro sul web iniziò senza altri preamboli.

Postarono gli annunci sui social network riguardo la loro collaborazione giustificandola come un breve esperimento, poi buttarono giù le prime righe del nuovo tema.

Avrebbero analizzato la direzione che stava prendendo la società in tema di veganesimo.

Debora capì nuovamente che lavorare con Rob e Andrea non era facile.

Piacevole e d’impatto, e dopo due ore iniziò a piacergli come stava prendendo forma l’articolo, ma difficile.

Alle undici decisero di fare una pausa. Rob, con uno sguardo che la lasciò perplessa – sembrava che ci fosse qualcosa che lo turbava – si alzò e disse che sarebbe andato a farsi un giro per prendere una boccata d’aria.

Andrea, invece, accomodato sul suo divano, si attaccò allo smartphone, cominciando a messaggiare convulsamente. Debora lo fissò un paio di volte, quando vide spuntare sulle sue labbra un sorriso non riuscì a trattenersi.

«Con chi messaggi?».

«Serena».

«È andata in un nuovo teatro?».

«No, ma un paio di persone importanti che erano presenti l’altra sera l’hanno contattata», disse Andrea allargando il sorriso. «Forse c’è qualcosa di buono in ballo!».

Debora guardò il suo tatuaggio sul braccio che si era fatta disegnare ingenuamente a sedici anni quando s’innamorò per la prima volta. Pensò che probabilmente iniziava a sentire la mancanza di una relazione stabile, erano troppi mesi che era single, ma venne distratta dal ritorno di Rob e dalla sua espressione che definire truce sarebbe stato l’eufemismo della giornata.

«Ehi, cosa ti è successo?», domandò la ragazza.

Anche Andrea lo guardò curioso. Il malumore dell’uomo era evidente.

«Dovete aiutarmi», sentenziò, senza porre domande e dando per scontato che loro l’avrebbero fatto.

Andrea e Debora si guardarono.

«Mio padre ha organizzato… una festa in famiglia!».

Debora non aveva mai sentito qualcuno parlare con così tanto disgusto di un genitore. E ne rimase turbata. Andrea guardò Rob con tutta la comprensione del mondo, ovviamente già al corrente di ogni particolare della vita dell’amico.

«Accompagnatemi!».

«Aspetta, cosa?», Debora saltò sull’attenti. Che razza di storia era quella?

«Deb, ascolta, ti informerà Andrea su come comportarti e cosa dire. Non durerà tanto, un paio d’ore e taglieremo la corda».

«Ma…». Debora non capiva in cosa era stata invischiata.

«Debora! Gli amici vanno aiutati!», esclamò Andrea come se le stesse impartendo una lezione.

Debora lo fulminò con lo sguardo: avrebbe aiutato un amico se, intanto, le avesse spiegato per filo e per segno in che cazzo di guaio la stava cacciando.

Però, a pensarci, rinunciò a cercare di capire quella storia assurda poiché la sua mente ideò qualcosa di perfetto per gli interessi di tutti.

«Quindi hai bisogno del mio aiuto?».

Andrea capì al volo e scosse la testa. Rob, stranamente, non afferrò subito dove volesse andare a parare.

«Facciamo così», disse Debora con un sorriso sardonico. «Tu mi trovi un nome d’arte brillante e io ti aiuto».

La ragazza era certa che Rob avrebbe ceduto subito. Purtroppo, non godeva granché del pregio, o difetto, di accettare a testa bassa i ricatti.

«Il nome d’arte è una cosa che ti rappresenta, non possiamo trovartelo io o Andrea!».

«Ma gli amici vanno aiutati!», strillò Debora rivoltando le parole di Andrea.

Rob si portò una mano alla tempia. «Fammi pensare a qualcosa», sospirò infine.

Non era da lui arrendersi ma fra recuperare marmocchi e sopravvivere ad una festa con i suoi peggiori carnefici, quella giornata aveva il diavolo dentro.

Cinque ore più tardi Rob aveva sopperito il pensiero di ciò che lo aspettava in serata per recarsi ad una scuola elementare milanese. Con il supporto di Debora riuscì ad accogliere nella sua auto i figli di Caterina senza minacciarli che se gli avessero urlato nelle orecchie li avrebbe scaricati per strada.

Tuttavia Alice e Luca gridarono e bisticciarono e risero e fecero capricci tutto il tempo.

Rob si affrettò ad andare a prendere l’altro figlio e poi guidò fino alla babysitter che si sarebbe occupata di loro per le due ore successive.

Andandosene, Luca, Alice e Pippo trillarono un “Ciao, Rob!”.

Lui chiuse gli occhi un secondo, sforzandosi di non sbuffare come risposta.

Debora scoppiò a ridere. «Non capisci che loro ti adorano!».

Rob sorrise a denti stretti. «Certo, e io adoro loro».

Dopodiché imboccò la strada per riportare Debora a casa e abbandonò la questione figli di Caterina per toccare l’argomento della festa di famiglia.

Tornando drammaticamente serio, ripeté all’amica che quella sera avrebbe dovuto fare esattamente come le avrebbe poi spiegato Andrea.

Debora scorse tutto il suo dolore e la sua ostilità verso il padre e questo la fece sentire a disagio.

«Sai, Rob, di sicuro non sono un’esperta di… dinamiche famigliari complicate, visto che ho sempre avuto un buon rapporto con i miei genitori…», cominciò a fatica, sincera ma in imbarazzo, «ma qualunque problema tu abbia con i tuoi, ti consiglio di provvedere a risolverlo presto, e per davvero».

Rob tenne gli occhi sulla strada. «Grazie, Bettinelli… Ma come hai detto, tu hai un buon rapporto con i tuoi genitori», disse con voce bassa e piena di amarezza.

Debora avrebbe voluto essergli di aiuto ma di fatto non aveva idea di cosa dire di utile, e se l’aveva si era già espressa, perché in quello che aveva detto ci credeva davvero.

Rob, d’altra parte, non la biasimava: le persone come lei non sapevano cosa volesse dire crescere per quelli come lui. Trovare la propria strada nel mondo. L’identità che anelavano. L’educazione che gli era mancata. Il benessere che gli era stato negato.

Fino a che non arrivarono a casa non parlarono più. Rob emanava vibrazioni di rabbia e Debora pensò, con un sorriso obliquo, che era più rilassato e spensierato quando si trattava di portare in giro i bambini di Caterina.

Debora, nella sua vita ordinaria ma rassicurante, non si era mai davvero interrogata su quanto potessero essere disfunzionali i rapporti tra padre e figli e come questi potessero plasmare il carattere di una persona.

Provò a concentrarsi sulle sue pagine social, per fuggire in una realtà patinata e colorata, tra i grattacieli di Los Angeles e il sole di Ibiza, e poi di contro si rifugiò tra le pagine poetiche di un vecchio romanzo inglese, ma nulla riusciva a distrarla dal mistero che era Rob. La incuriosiva, forse la affascinava. Anche se era quasi una celebrità si vedeva che aveva il cuore a pezzi, che a volte gli mancava il fiato, e cercava di stare a galla. La stessa idea, stranamente, gliela dava anche Andrea, che seppur pacato e tranquillo sembrava nasconderle qualche segreto.

Nonostante il suo percorso professionale fosse avviato il problema peggiore di Rob potenzialmente poteva non essere un cataclisma mediatico o uno scandalo terribile, ma una pessima serata con i genitori.

Erano ormai le sette di sera e Debora ricevette un messaggio da Andrea in cui l’avvisava che sarebbe passato a prenderla alle otto e lei lo assicurò che si sarebbe fatta trovare pronta.

Il ragazzo fece un po’ di anticipo ma Debora, ansiosa e preoccupata, lo aspettava già sotto casa. Vedendolo, la mora si chiese come facesse ad essere così sereno.

Appena si sedette e infilò la cintura di sicurezza, pronta a domandargli se stesse solo fingendo di non essere preoccupato, lui la precedette con una domanda che la spiazzò. «Vivi ancora con i tuoi genitori?».

Ciò che la colpi fu il suo tono quasi di disappunto, come se ritenesse che era il caso per lei di passare alla tappa successiva della sua vita.

«Ho solo diciannove anni, è ovvio che vivo ancora con i miei genitori», ribatté lei sulla difensiva. «Perché?».

Andrea ripartì prima di risponderle. «Nulla, penso solo che, se si ha la possibilità, è meglio vivere da soli, tutto qui. Sopratutto a questa età».

Era chiaro a Debora che se si vive da soli se la si passa meglio: ci si diverte di più, si diventa indipendenti, si ha una propria privacy e tutto il resto.

Anche se stava guidando, Andrea si voltò verso di lei con un sorriso pigro. «E mi risulta che hai ottenuto un nuovo lavoro, di recente».

Il suo cervello ebbe un bug. Le stava forse dicendo che se lo avesse voluto avrebbe potuto vivere da sola?

Debora preferì rimandare quelle riflessioni a quando avrebbe visto le sue entrate mensili cambiare.

«Ora mi parli di Rob e della sua famiglia?».

Andrea sospirò. Non gli piaceva quel compito che l’amico gli aveva affidato.

«Allora, come avrai modo di notare, Rob va parecchio in disaccordo sopratutto con suo padre. Ehm…», Debora si rese conto della difficoltà del ragazzo per trovare le parole. «Vedi, i suoi genitori sono persone che hanno sempre dovuto lavorare duro per andare avanti, e pretendevano la stessa cosa da lui… Gli è andata bene che non lo hanno mandato a sedici anni a lavorare. E oltre a questo, suo padre è sempre stato molto severo. Non si può dire che avesse granché istinto paterno. Ma negli ultimi tempi le cose tra loro sono peggiorate perché d’un tratto si è dichiarato desideroso di recuperare il rapporto “padre e figlio”, ma Rob sa che è dovuto al fatto che negli ultimi due anni sta guadagnando molto bene».

Debora provò disgusto, capendo subito che tipo di persona fosse il padre di Rob.
Questo distrusse quei pochi pensieri positivi che aveva racimolato: nel corso del pomeriggio aveva covato la speranza che sostenere Rob l’avrebbe aiutata ad aggiungere profondità al suo rapporto con lui e Andrea, ma sapeva bene che non era mai consigliato immischiarsi in questioni famigliari altrui.

Andrea intercettò la sua insicurezza.

«Deb, capisco che sarà difficile, e mi scuso per questo casino…».

«No, tranquillo, non è questo il problema…».

«Ma è davvero importante per Rob il nostro aiuto, per sopportare quel figlio di-…».

Debora si voltò verso di lui prima che si pronunciasse. Andrea, per rispetto a Rob, si trattenne, stringendo con più forza il volante.

Debora gli fece un sorriso rassicurante. «Non ti piace proprio, vero?».

«Di più, Debora, lo odio».

Il suo tono la toccò.

«Andrea… non credo che saremo ospiti graditi in casa Arcardi».

«Stai tranquilla».

Andrea pensò a qualcosa da dirle per farla rilassare, ma la radio lo distrasse. Stava mandando in onda Nothing Else Matters. Il ragazzo non riuscì a contenersi e alzò di scatto il volume.

Debora lo fissò.

«Scusami, è una delle mie canzoni preferite. La conosci?».

«Sì, l’ho sentita diverse volte. Una mia amica è fissata con i Metallica».

«”So close, no matter how far… Couldn’t be much more from the heart… Forever trusting who we are…”».

Debora sorrise a sentirlo canticchiare. Non era granché intonato, però si vedeva che quella canzone lo appassionava e il sentimento che ci metteva era rilassante.

Riuscì a farle dimenticare, almeno per qualche minuto, la storia di Rob e suo padre. Guardò fuori dal finestrino la notte che calava.

Per quando superarono Milano Certosa avevano creato un’atmosfera troppo festosa date le premesse della serata.

Il canale sul quale era sintonizzata la radio passava parecchie canzoni del genere che amava Andrea. Il canticchiare si trasformò nello stonare con passione le canzoni più care alla storia del rock.

Questo li fece ridere molto e Debora provò un moto di delusione quando arrivò l’ora di rinunciare al clima pregno di allegria e impegnarsi per recuperare la serietà, mentre entravano a Quarto Oggiaro, il quartiere tristemente famoso a Milano per la criminalità, e dove abitavano i genitori di Rob.

«Noi due parleremo poco, Deb, a meno che non ci chieda qualcosa Rob. Se i suoi genitori o zii ti fanno qualche domanda, cerca di essere monosillabica e discreta, non sbilanciarti sull’andamento del blog», la istruì Andrea appena arrivarono a destinazione.

Debora annuì con una certa malinconia. «Avrei di gran lunga preferito rimanere a cantare insieme a te tutta la notte».

Lui sembrò sorpreso delle sue parole, e lei per un secondo si chiese se avesse sbagliato a dire qualcosa, ma poi ricambiò il sorriso e scese dall’auto.

Rob li aspettava poggiato al cofano della sua auto, intento a fumare una sigaretta, fissare il cielo come se stesse contando le stelle e di tanto in tanto bere dalla sua fiaschetta, il suo personale rito quando era nervoso e doveva calmarsi.

I due gli andarono incontro.

Rob non li guardò finché non furono a due metri di distanza. Quando si voltò verso di loro, fece un piccolo sorriso fiero. Fu allora che Debora si rese conto quanto avesse apprezzato che fosse andata fin lì.

La casa dei genitori di Rob era un trilocale molto stretto, soprattutto per colpa del disordine che contaminava la mobilia vecchia e mai rinnovata.

La sala era la stanza più grande e ospitava una minuscola cucina. Anche i muri avevano un aspetto decadente, cascava l’intonaco a vista d’occhio e le maniglie delle porte erano sul punto di cedere.

Tremendamente a disagio in presenza dei vecchi genitori e zii di Rob, Debora osservò i dettagli della casa immaginando l’amico crescerci.

Appena entrarono tutte e tre nel salotto il padre di Rob guardò malissimo Debora ma sopratutto Andrea per essere in mezzo ogni volta che doveva trattare con il figlio.

Era incredibile la somiglianza, e la diversità, tra i due. Se Rob aveva occhi scuri ma illuminati da un’innegabile simpatia, il padre aveva occhi dello stesso taglio e colore ma erano spenti e malevoli.

Sebbene avessero un viso simile, quello di Rob spesso accoglieva un sorriso, mentre quello di suo padre sembrava che con il nervosismo ci andasse a nozze.

Rob era alto e aveva un fisico allenato; suo padre non era molto più basso di lui ma era gobbo e visibilmente sovrappeso.

Suo fratello e la moglie avevano un’aria altrettanto negativa a livello di salute sia fisica che mentale.

La madre di Rob era l’unica ad essere l’opposto del marito, secca e minuta, aveva l’aria della tipica moglie d’altri tempi, che appoggiava il marito in qualsiasi contesto.

Fu tanto gentile da stringere la mano di Debora, poi la ritirò in fretta come se fosse rimasta scottata e cercò di concentrarsi sui parenti.

«Rob», pronunciò suo padre con enfasi, «ora avremo un altro ospite nelle rare volte in cui vieni a trovarci?». La voce di Emiliano era anziana e roca.

Rob sorrise sfrontato. «Lo sai, papà, che sono dell’idea che più siamo meglio è!».

«E dove hai conosciuto questa ragazza?».

Debora decise di rispondere personalmente. «Lavoro in The Real Entertainment», disse sforzandosi di sorridere cordiale.

Il padre di Rob spalancò gli occhi. Debora si accorse che l’amico inspirò, segno che avrebbe fatto meglio a tenere la bocca chiusa.

«Ho sempre saputo… che non volevate fare entrare nessuno… Bene, meglio!», concluse con ilarità.

Cosa potesse essergli saltato in mente era un mistero per Debora, ma Rob sembrava già avere un’idea.

Emiliano gli diede poca tregua mentre le donne della famiglia apparecchiavano e cucinavano alcuni antipasti e suo fratello si ritirava davanti alla finestra per fumare una sigaretta, l’ennesima della giornata a giudicare dal giallo sulle dita e sui denti.

Debora pensò che era una situazione a dir poco surreale: il padre di Rob faceva più paura che altro, sua madre e la cognata parevano soffrire di qualche mania di perfezionismo e si agitarono molto per assicurarsi che in tavola fosse tutto a posto, Andrea non aveva perso la sua imperturbabilità e Rob fissava truce l’uomo anziano come se gli avesse letto nella mente.

«Dimmi, Debora», attaccò bottone l’uomo due minuti dopo.

La ragazza lo guardò impietrita.

«Sei stata introdotta nello staff perché il progetto sta crescendo?».

Le tornò in mente il motivo che le aveva spiegato Andrea sul perché l’uomo di recente stava disperatamente cercando di ricucire il rapporto con il figlio.

Evidentemente, ora pensava che TheRealEntertainment era destinato ad incassare ancora di più se assumeva altra gente.

«Ecco…». E ora cosa avrebbe detto? «Più che altro sono stata chiamata per dare un tocco femminile al blog. Rob e Andrea pensano che manchi…».

«Ma credi che cambierà la portata del blog una simile entrata?», la interruppe suo padre.

«Faremo solo alcune collaborazioni insieme», intervenne Rob, per mettere fine a quella conversazione. «Mamma, perché non ci parli…».

«No», lo interruppe il padre. Non gli avrebbe permesso di cambiare discorso. «Parliamo con gli ospiti che hai portato».

Tra le righe sembrò volergli dire che ciò che seminava raccoglieva.

Rob inspirò per mantenere la calma.

«Andrea», l’uomo si concentrò sull’altro ragazzo, guardandolo come se avessero un sacco di conti in sospeso. «Come vanno le cose con la tua ragazza?».

Debora rimase sorpresa che quell’uomo conoscesse dettagli sulla vita di Andrea.

«Bene, bene, sta continuando a studiare», disse Andrea semplicemente.

«E cosa ne pensa dell’ondata di critiche sui social?», continuò il padre. «Ho letto parecchi commenti negativi in questi giorni…».

«Purtroppo», rispose Andrea, asciutto, «è uno degli inconvenienti di un lavoro che ti regala notorietà».

La cortesia che tirò fuori Andrea lasciò senza fiato Debora. Era sicura che lei non sarebbe riuscita a fare lo stesso.

«Papà! Hai davvero letto i commenti negativi?», ripeté Rob, simulando un’assoluta meraviglia. «Non posso crederci che stai imparando sul serio ad usare un computer!», lo stuzzicò.

Se gli approcci che suo padre aveva con lui lo innervosivano, lo faceva infuriare il fatto che usasse la conversazione per mettere a disagio i suoi amici.

«Rob… Come va con quella bellissima ragazza, Caterina? Non ce l’hai nemmeno mai presentata! Ci farebbe molto piacere conoscerla meglio!».

Fu allora che Rob realizzò che Emiliano stava superando la soglia massima della sopportazione. Prima organizzava una festa con i parenti per metterlo alle strette con il disagio e un ricatto morale, poi stressava i suoi amici, ora faceva domande su una parte della sua vita di cui non lo avrebbe, mai, reso partecipe.

Era stanco di lui.

Stanco della sua famiglia e della pessima influenza che gli trasmetteva da tutta la vita.

Era stanco della loro incapacità di comprendere cosa fosse giusto e normale e cosa no.

Quella festa non sarebbe dovuta avvenire.

Debora aveva ragione.
Posò di scatto il bicchiere di birra che aveva stretto con forza. Il rumore del vetro fece voltare verso di lui i genitori, gli zii e i due amici. Rob guardò suo padre con un risentimento che lui stesso disprezzava, ma aveva bisogno di liberarsi.

«Basta. Tutto questa… farsa, non ha senso! Tu sai perfettamente cosa penso io, perché mi porto sempre dietro Andrea e io so cosa vuoi tu! E non ha senso continuare a coinvolgere Andrea e adesso anche Debora! Non ho più voglia di farmi il fegato marcio ogni volta che vedo il tuo nome comparire sul display del mio cellulare! Abbiamo chiuso!».

Debora desiderò come mai prima di allora di sprofondare. Guardò Andrea e lui aveva uno sguardo di arresa come se si fosse aspettato da tempo che l’amico sarebbe esploso in una di quelle cene.

Il padre di Rob lo guardò con odio viscerale. Ai suoi tempi una simile mancanza di rispetto avrebbe avuto conseguenze immense per i figli arroganti.

La moglie e gli zii non osarono proferire parola. Tutti, da sempre, provavano soggezione e timore per Emiliano.

«Tutto questo è inaccettabile!», alzò la voce l’uomo, sbattendo una mano sul tavolo. «Spero per te che tu stia scherzando!».

«Lo vedrai!». Rob si voltò verso Debora. «Fuori di qua, Deb… Andrea, te ne vai anche tu».

Lei sgranò gli occhi. Uscire da quella casa era tutto ciò che anelava, voleva tornare alle terrazze, al Duomo, allo spritz e ai numeri del blog ma non era sicura di voler lasciare solo l’amico.

«Muoviti!», le ordinò e a quel punto non si oppose più.

Debora uscì senza guardarsi indietro.

Ma Andrea la raggiunse cinque minuti dopo.

Durante l’attesa, iniziò a montarle dentro una gran curiosità. Una parte di lei non voleva dover essere uscita. Rimase appoggiata all’auto a guardare le stelle come aveva visto fare a Rob mentre li aspettava.

Quando finalmente Andrea uscì di casa e le andò incontro, lo scrutò alzando un sopracciglio. «Ce ne hai messo di tempo. Pensavo che stessi litigando con il padre di Rob. In tal caso, credo proprio che sarei dovuta intervenire».

Andrea ridacchiò. «Non penso che avresti fatto molto. Comunque, ho salutato sua madre».

Debora corrugò le sopracciglia. «Ah. Non pensavo ci andassi d’accordo».

«Non è come il padre di Rob. Davvero».

Debora annuì, evitando di contestare.

Paradossalmente, era stata proprio la madre il genitore di Rob che le era piaciuto meno. Il fatto che non difendesse il figlio per lei era grave.

Andrea si appoggiò al suo fianco all’auto, tirò fuori la sua sigaretta elettronica e fece un paio di tiri. Debora avrebbe voluto fargli notare che faceva male quanto la sigaretta normale, ma si astenne.

«Allora, non hai ancora deciso il tuo nome d’arte da sola?».

La ragazza lo guardò stralunata. Doveva essere tipico di Andrea tirare fuori domande strane in contesti diversi dal quesito.

«No, non mi è venuto in mente niente», disse semplicemente. «E visto che tu sei così stronzo che non mi vuoi aiutare, aspetterò Rob!».

Andrea ridacchiò, ma il suo sguardo le suggerì che aveva qualcosa per lei.

«Ho letto un paio di recensioni nel tuo blog sul telefilm Dexter, sai? A volte i tuoi lineamenti mi ricordano quelli della sorella del protagonista. Nei libri si chiamava Debora, ma nel telefilm la chiamano solo Debra. Ma hai anche il carattere che è un uragano, come il suo. E Debra è un nome corto, facile da ricordare per il pubblico», disse sorridendo. Aspettò che la ragazza dicesse qualcosa, ma lei esitò.

Infine, i suoi occhi si illuminarono. «Andrea, hai appena trovato il mio nome d’arte!», gli gettò le braccia al collo. Era come se finalmente avesse trovato la sua dimensione nel progetto.

Quando vide Rob uscire dalla casa dei genitori, Deb dovette sostenere una dura lotta con sé stessa per non fare domande. Il sopracciglio dell’amico era ammaccato. Ma il suo viso era quello di una persona che si è liberata di un grosso peso dal cuore. Sorrideva.

Salirono in auto ignari dello sguardo dell’uomo che li osservava dalla finestra della camera da letto che dava sul cortile, pronti a tornare ai viaggi internazionali, gli sponsor e i lati positivi del lavoro.

Chiunque avesse scoperto Emiliano a spiare in quelle condizioni si sarebbe inquietato.