15 Luglio 2024

Primo capitolo “Le storie che ci raccontiamo”: https://www.giadazinzeri.it/primo-capitolo-de-il-mondo-dei-cigni-neri/

Secondo capitolo “Prima che cali il buio”: https://www.giadazinzeri.it/secondo-capitolo-de-il-mondo-dei-cigni-neri-prima-che-cali-il-buio/

Data di uscita: ottobre 2022.

Trama:

Virginia, giovane ragazza che vive nella capitale italiana, si districa tra i problemi della sua vita alla ricerca del suo posto nel mondo. Vorrebbe studiare Medicina alla Sapienza di Roma, ma suo padre è morto molti anni prima, lei vive col nonno malato di ictus e la madre si è trasferita dall’altra parte della città, tra l’altro al fianco di un uomo manesco di cui è vittima.
La Salvezza – ironia della sorte – è un’organizzazione segreta del governo italiano che si presenta alla sua porta con un’offerta: in cambio di un lavoro pericoloso, le darebbe comunque una dimensione in cui vivere, soldi, e la possibilità di salvare delle vite, anche se non operando come dottore come ha sempre sognato. Come se non bastasse, alla Salvezza scopre di essere stranamente collegata, o quantomeno di avere qualcosa in comune ad una ragazza rinchiusa nel manicomio dell’organizzazione, e di cui si vocifera che preveda il futuro tra un delirio e l’altro.

La società, intanto, è diversa da quella in cui viviamo noi: l’evoluzione tecnologica ha permesso di trasformare gli assistenti virtuali in veri e propri robot dall’aspetto umano che sono stati diffusi nella maggior parte degli Stati del mondo, grazie ad una multinazionale italiana, la Da Vinci. La vicenda fa dibattere l’opinione pubblica tra allarmisti e favorevoli.

Capitolo: Terzo.

Titolo terzo capitolo: Per un bene supremo.

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Tutti i diritti riservati

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Terzo capitolo

Per un bene supremo

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Quando vide le prime luci dell’alba, Virginia esitò ad abbandonare il torpore. Poi si ricordò della promessa che aveva fatto a sé stessa: non voleva giorni di riposo. I suoi lividi avevano indotto Noel a proporle una settimana di ferie, al che l’aveva quasi preso a schiaffi, non ammettendo trattamenti privilegiati solo perché era l’ultima arrivata o, addirittura, perché era una donna e aveva preso un pugno in faccia.

Appena scese in salotto incrociò immediatamente Paride: lui era produttivo e dinamico come sempre e non mostrava il minimo segno di stanchezza dovuto dall’ora e dalla mancanza di riposo.

Virginia era ancora scossa per la conversazione che avevano avuto la sera prima, ma appena incontrò il suo sguardo penetrante decise di celare il suo turbamento e optò per un approccio informale.

«Buongiorno, Paride, sei pronto per un’altra giornata di lavoro?», gli domandò vivacemente.

«Certo, è il mio lavoro», rispose lui meccanicamente, come un soldato di guerra. Vedendola muoversi in cucina chiese: «Non vai a correre?».

«Per oggi passo». Anche se non voleva una settimana di ferie Virginia decise di concedersi qualche giorno di maggiore leggerezza; in ogni caso, avrebbe compensato durante i corsi di addestramento o in missione.

Vedendola tirare fuori pane, affettati e arance, Paride si fece avanti. «Vuoi che preparo la colazione?».

«No, grazie, lasciami il piacere di qualche operazione noiosa», lo rassicurò lei con un sorriso. I servizi di Paride erano sicuramente comodi, si occupava di tutte le mansioni faticose o monotone, ma non voleva che la tecnologia le rendesse la vita facile oltre ogni limite, più di quanto già non facesse.

Di quel passo si sarebbe troppo impigrita.

Paride allora si fermò e la guardò preparare da mangiare. Fu in quel momento che decise di tirare fuori l’argomento. «Tuo fratello non è rientrato ieri notte».

«Ma davvero?». Virginia aveva smesso da tempo di preoccuparsi dei movimenti di Achille.

«Sì, sono stato sveglio tutta la notte, non è tornato», continuò il robot.

Virginia ridacchiò. «Anche se non ne avessi bisogno, penso che dormirei per il puro gusto di riposare la mente, sai?».

Paride capì che la ragazza dava scarsa importanza alla questione, perciò decise di accantonare momentaneamente il discorso.

Virginia preparò spremuta, caffè e qualche toast. Ginevra adorava mangiare salato al mattino e adorava venire viziata. Anche se quella peste rossa era molto brava a renderle la vita complicata, Virginia si sentiva sempre in colpa quando non badava come doveva alla sorella minore, si sentiva perennemente responsabile verso di lei.

Ginevra si alzò alle sette passate, in ritardo, come sempre, per la scuola, i capelli lisci e rossi in aria.

«Mangia in fretta, usciamo di casa tra venti minuti», le disse la sorella, indicando con gli occhi il piatto.

Ginevra s’illuminò, il sonno scomparve e si fiondò con vitalità sul cibo.

Virginia nascose il sorriso dietro la tazza di caffè.

L’attenzione di tutti i presenti venne attirata dal televisore.

La notte prima c’era stata un’aggressione all’Esquilino: un uomo e una donna erano finiti in coma.

Virginia ascoltò il giornalista che parlava, chiedendosi se non fosse opera dei robot. Poi si ricordò che anche il mondo interamente umano sapeva essere spietato e crudele.

Neanche cinque minuti dopo annunciarono che c’era stata un’aggressione anche nel quartiere di San Lorenzo. Un uomo dalla carnagione scura era stato aggredito da due poliziotti che al momento non risultavano identificati come membri della polizia locale.

«Questo mondo diventa sempre più brutto», sospirò Virginia.

«Dici che dobbiamo preoccuparci?», chiese Gina, anche lei rapita dalla televisione. Tante notizie drammatiche mettevano in allarme tutti anche in una città grande come Roma, dove la gente normalmente era abituata al tasso di criminalità più elevato rispetto alle città di provincia.

«Sta’ tranquilla, ma ricordati di restare lontana dai brutti quartieri», le rispose la sorella maggiore, poi la invitò di nuovo a mangiare in fretta.

Quando Achille rientrerà alle otto e mezza, dimostrando di essere stato fuori tutta la notte, Virginia non collegherà minimamente il suo rientro mattutino a ciò che era successo all’Esquilino.

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Arrivata in ufficio Virginia si accorse subito che i colleghi erano tesi.

Aveva temuto che una donna con il viso coperto di lividi attirasse molto la compassione e la pietà collettiva, due cose che la infastidivano notevolmente, invece alla Salvezza nessuno sembrava farci caso e ciò la sollevava. D’altro canto, nessuno, lì, obbligava a sostenere il lavoro pericoloso, e il contratto non aveva mai fatto un mistero dei rischi legati alle missioni.

Tuttavia l’atmosfera era carica di tensione e si chiese se non ci fossero stati risvolti riguardo al caso dei corpi rubati nei cimiteri veneti.

Noel e Gabriele videro da lontano Virginia venire accolta da Zurzo.

Mentre osservavano i due discutere il biondo si accorse tempestivamente dello sguardo dell’amico, ridacchiò e decise di tirare fuori i suoi dubbi.

«L’ho visto».

«Cosa?».

«Lo stai rifacendo. Quello sguardo. La neofita è una bella ragazza e tu sei il suo supervisore. È un bel binomio, non trovi?».

«Non essere ridicolo, so che i rapporti sul posto di lavoro sono proibiti».

«I rapporti», specificò Gabriele, imperterrito, «ma non c’è una regola specifica sulle avventure. Visto che cade a pennello con la missione di oggi, devo ricordarti cos’è successo con Lia?».

«Fossi in te mi preoccuperei del tuo autocontrollo», rispose Noel con lo sguardo di una persona che la sapeva lunga.

Gabriele, per la prima volta da quando avevano iniziato il discorso, s’inquietò. «Che vuoi dire?».

Noel spostò gli occhi su qualcuno dietro di lui. L’amico non ebbe bisogno di girarsi per indovinare a chi si riferisse, ma lo fece lo stesso e il suo sguardo incontrò quello di Cheyenne. La ragazza dall’aria affascinante e sfuggente era appena entrata in ufficio.

Non fece in tempo a rispondere all’amico che furono interrotti dall’arrivo di Zurzo e Virginia.

«Probabilmente Noel può raccontarti la storia di Lia meglio di come potrei fare io o chiunque altro», affermò Zurzo, rivolgendo al giovane uno dei suoi sguardi accusatori.

La ragazza guardò Noel incuriosita.

«Cosa ti ha raccontato fino ad ora?», il tono formale di Noel tradiva la stizza. Era chiaro che non fosse una storia che era in vena di raccontare.

«Che era un’agente della Salvezza e che è stata rapita dalla Rivalsa. Che non è morta perché un paio di volte è riuscita a mettersi in contatto con voi, ma che Enrica non è mai riuscita ad incontrarla da quando fa la spia nella Rivalsa».

«Il resto glielo racconterai in missione», tagliò corto Zurzo. «Questo caso riguarda voi due, oggi Gabriele può considerarsi libero di pensare alle scartoffie».

Lui, sollevato di avere un giorno di riposo, specie dopo l’ultima traumatica missione, assentì.

«Seguitemi», ordinò l’anziano a Noel e Virginia, avviandosi verso il suo ufficio. «Lia è scomparsa da quattro mesi, da allora nessuno l’ha più vista… fino a tre giorni fa», continuò.

Virginia era sempre più curiosa di saperne di più, soprattutto perché notava la tensione di Noel ogni volta che veniva pronunciato quel nome.

«Per tre giorni di fila Lia è comparsa in una manifestazione che si sta tenendo a Milano sul libero uso dei robot».

«Quindi è libera?», domandò Virginia. Ecco a cos’era dovuto il clima movimentato che aveva notato appena arrivata in sede.

«Non direi visto che non ha mai risposto alle nostre chiamate», affermò Zurzo.

La ragazza non rispose, ma non lo reputava un motivo valido per pensare che Lia fosse ancora prigioniera.

«Ma forse è stata costretta a presenziare», aggiunse l’uomo. «Potrebbe essere una strategia della Rivalsa per influenzare l’opinione pubblica».

Virginia non capiva. «A qual fine?».

«Prima di entrare nella Salvezza Lia era una grande attivista. Protestava contro l’uso dei robot, li trovava volgari», spiegò Zurzo, per renderle meglio chiara la storia della donna ricercata. «Costringerla a manifestare a favore dei robot rende la manifestazione dei contrari più fragile, se persino un’ex attivista come lei cambia posizione».

«Ma cosa interessa alla Rivalsa dell’opinione pubblica, tanto il loro obiettivo non è smantellare il nostro sistema politico?», domandò Virginia, sentendosi ancora in alto mare per quanto riguardava l’identificazione della personalità dei suoi nemici.

«In primis, perché per impadronirsi del mondo devono lavorare anni, in secundis perché ci siamo noi per una ragione, non trovi?».

Virginia arrossì leggermente sentendo il tono di Zurzo farsi severo.

«Se le multinazionali dovessero decidere di eliminare tutti i robot domestici dalla faccia della Terra, diventerebbero poco più che una minoranza».

La ragazza era ancora piena di dubbi: se distruggere l’ultima tecnologia partorita dall’uomo potrebbe mettere i bastoni tra le ruote alla Rivalsa, perché la Salvezza non contattava la Da Vinci o le altre multinazionali e le convinceva a farlo?

Poi decise di non far perdere altro tempo a Zurzo e sorvolare sulla questione. Forse ci avevano già provato, e conoscendo com’era fatta l’umanità non stentava a credere che le multinazionali preferissero correre il rischio che la Rivalsa vincesse piuttosto che dire addio ai guadagni.

Se poi eliminare i robot domestici dalla faccia della Terra si fosse rivelato inutile, l’azienda avrebbe fallito per niente.

No, decisamente non sembrava un rischio che un’impresa gigante fosse disposta a correre, poco importava se c’era di mezzo la vita di tutte le persone del mondo.

«Andiamo al punto», invitò Noel, impaziente. «In cosa consiste la nostra missione?».

«Stasera, Lia, se rimane fedele agli ultimi giorni, potrebbe ripresentarsi alla manifestazione alla stessa ora. Interverrete, naturalmente travestiti, e dovrete fare di tutto per parlarle».

Una missione sotto travestimento? Virginia non sapeva se definirsi eccitata o preoccupata.

«Se non mi riconosce potrebbe mettersi ad urlare e attirare l’attenzione dei robot che sicuramente saranno lì a sorvegliarla», fece Noel.

«È chiederti tanto pretendere che tu agisca con calma?», lo stuzzicò Zurzo.

«Mi scusi?», intervenne Virginia, timidamente. Non voleva buttarsi su un caso nuovo senza prima aver risolto le sue preoccupazioni su quello vecchio. «Cosa dobbiamo aspettarci dal progetto della Rivalsa di riesumare i cadaveri?».

«Enrica ha detto che durante la fuga di Gabriele è riuscita ad iniettare ai cadaveri una sostanza dannosa che farà fallire gli esperimenti. Finché non ne sapremo di più, non faremo altro, anche perché dal resoconto di Noel pare che si occupi del caso un nuovo modello di robot in circolazione».

Noel si voltò verso Virginia per darle chiarimenti, la quale continuava a rimanere indietro. «Ogni tanto la Rivalsa sforna nuovi modelli di robot. Richiedono molte risorse, denaro e lavoro, perciò ne costruiscono pochi in un macro-periodo ma sono dannatamente pericolosi, oltre che imprevedibili».

«È il caso dell’esemplare che avete conosciuto come Yoseph», aggiunse Zurzo. Ripensando a Yoseph Virginia si sentì fremere dalla rabbia per come aveva trattato lei, Noel e Gabriele. Ecco perché era così forte: lui era diverso dagli altri.

«Gli scienziati della Rivalsa stanno sfruttando tutto ciò che è stato inventato nella scienza e nella tecnologia per migliore le loro armi. I proiettili con quelli come lui non funzionano. La conoscenza può costituire un potere terribile», concluse Zurzo con aria sapiente.

Virginia non poteva dargli torto. La conoscenza in quegli anni decisivi per l’evoluzione tecnologica poteva costituire sia la salvezza che la distruzione del mondo che conosceva.

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Quelle due persone erano in coma.

Achille pensava che non aveva nulla da recriminarsi, aveva agito per ciò che reputava giusto… ma quelle due persone erano in coma.

Il problema sussisteva perché non avrebbe saputo dire fin dove arrivava il suo autocontrollo, quanto potesse essere distruttiva la sua rabbia.

Rientrato in casa aveva incrociato a malapena Virginia. Per fortuna sembrava non aver minimamente collegato l’aggressione all’Esquilino con la sua sparizione notturna, ma nutriva ancora il sospetto che fosse entrata in una specie di agenzia poliziesca. Era l’unico modo con cui riusciva a giustificare i lividi sul suo viso – visto che non era stato lui – e le innumerevoli ore che passava fuori casa da quando aveva iniziato a lavorare.

Qualcuno avrebbe potuto dire che fosse paranoico: lui preferiva definirsi sveglio, lungimirante e cauto. Non voleva incontrare ostacoli lungo il suo cammino.

Rimasto solo col robot e il nonno, Paride gli aveva fatto qualche domanda.

«Dove sei stato?».

Achille l’aveva fulminato per la sua invadenza. Un robot doveva stare al suo posto, non fare domande e irritare il suo padrone.

«Non sono affari tuoi».

Paride parve abbastanza intelligente, per quanto potesse essere intelligente una macchina, da recepire il messaggio.

«Volevo sapere se devo fare la guardie alle ragazze mentre tu non ci sei», aggiunse lui, come se questo giustificasse la sua curiosità.

«Buona idea», tagliò corto Achille, si alzò e uscì dalla cucina. Le parole di Paride non lo avevano rassicurato, anzi, a dirla tutta aveva il potere di farlo sentire in soggezione. Faticava a considerarlo un individuo inanimato, semplicemente programmato per eseguire i loro ordini.

La paranoia lo spinse a diffidare. E se avesse scoperto il suo segreto? Lo avrebbe denunciato? Un robot poteva interessarsi alla giustizia e alla legge?

Qualunque fosse la risposta, decise che avrebbe fatto estremamente attenzione.

Non poteva fidarsi di nessuno in casa sua, né della sorella moralista né del robot particolarmente curioso.

Decise di andare a casa di un amico per fare uso dell’eroina che aveva racimolato durante la notte grazie al lavoretto svolto.

«Entra, amico… Sei sempre il benvenuto, a casa mia… Mmh, chiaro?… Puoi venire tutte le volte che vuoi quando hai voglia di sfondarti».

Parlava troppo ma Achille sperò che il fastidio di doversi drogare a casa di qualcun altro si dissolvesse in seguito all’uso della sostanza.

«E se volessi ricambiarmi il favore dell’ospitalità…».

«Non ti darò soldi!», ribatté Achille, pronto a piantarlo in asso se avesse preteso denaro.

«Non parlavo di quello! Se vuoi ricambiarmi con… favori…». Sul viso del ragazzino – il quale avrà avuto al massimo diciassette anni – spuntò un sorriso.

Achille lo mandò al diavolo, dichiarando che poteva scordarsi i favori sessuali, e a quel punto il giovane lo rassicurò che a casa sua avrebbe sempre trovato accoglienza.

Il fastidio per la logorrea e l’iperattività del compagno durò fino a che non precipitò nell’equilibrio perfetto che raggiungeva quando si riuniva all’eroina, unica cosa per la quale valesse la pena vivere, capace di regalargli la liberazione e la salvezza dai mali del mondo, di illuminargli la via in una notte nera, di aiutarlo a camminare nonostante il fango, persino sopra le acque. Fluttuava nella sua libertà come un uccellino, in pieno contatto con la natura.

E prima che la lucidità svanisse del tutto nel tramonto rosso che si era delineato davanti ai suoi occhi, pensò che non sarebbe mai stato più felice di così.

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Con velocità impressionante Virginia preparò un nuovo borsone e salì con Noel su un aereo con destinazione Milano. Prima del viaggio a Venezia non aveva mai volato in vita sua e nell’arco di meno di una settimana si era trasformata in un’abitudine che si prospettava destinata a ripetersi a lungo.

Forse avrebbe dovuto sentirsi fortunata per poter viaggiare così tanto, ma continuava a sentirsi strana, come se fosse finita in un’universo alternativo e non le era chiaro il suo ruolo, chi fosse la nuova Virginia Ferraro e qual era la sua vita.

Cinque minuti dopo che l’aereo decollò, momento durante il quale Noel la prese molto in giro per la sua leggera ansia, Virginia decise che era arrivata l’ora di indagare ulteriormente su Lia. Da quello che aveva detto Zurzo, c’era ancora altro da sapere sulla donna sparita.

«Allora, Zurzo ha detto che il resto della storia di Lia me l’avresti raccontato tu».

Noel tirò fuori una rivista dalla borsa e iniziò a sfogliarla. «Zurzo enfatizza tutto».

«Non sembravi pensarla così qualche ora fa», disse Virginia pazientemente. Aveva capito che per farlo parlare doveva indagare con calma, senza fretta, pretesa o invadenza.

«Come la pensavo secondo te?», domandò lui, immergendo ancora di più la testa nella rivista.

«Sembrava che ti desse fastidio affrontare l’argomento».

«Non mi dà fastidio», specificò il ragazzo, il tono ancora neutrale.

«Allora informami. C’è qualcos’altro su Lia che potrebbe tornarmi utile in missione? – non vorrei che poi ti pentissi di non avermelo detto».

Noel sbuffò. «Non so quanto possa esserti utile visto che è solo una teoria, comunque si dice che in realtà non sia stata rapita, ma che abbia tradito di sua spontanea volontà la Salvezza e che adesso lavori con la Rivalsa».

«Oh, questo è importante», asserì Virginia, colpita da quella rivelazione. Se così fosse, come si fa a discutere con una persona che si è schierata con i nemici? «Quindi potrebbe presenziare volontariamente alla manifestazione a favore dei robot? Forse non è obbligata!».

Noel alzò le spalle, continuando a tenere gli occhi incollati alle pagine come se la sua attenzione fosse attirata da qualcosa della massima importanza.

«Tu cosa pensi?», chiese di nuovo Virginia, sperando di fare la domanda giusta per togliergli quell’espressione distaccata dal viso.

«Che se la sia svignata, magari si è innamorata di qualche esponente della Rivalsa. O almeno, si vocifera anche questo nell’organizzazione», rispose lui con scarso interesse.

Virginia non era ancora soddisfatta, sentiva che poteva scavare più a fondo.

«Perché tu puoi raccontarmi meglio la sua storia?».

«Come?», fece Noel, simulando ancora un tono lontano.

«Zurzo ha detto che tu “puoi raccontarmi la storia meglio di chiunque altro”. Cosa vuol dire? Eravate molto amici?».

Noel sospirò profondamente e Virginia capì di aver fatto centro.

«Perché andavamo a letto insieme», ammise, ma non abbandonò la rivista.

La curiosità di Virginia era stata stuzzicata per i secoli a venire, quella storia era davvero degna di un film.

«L’avevo immaginato», ammise, soddisfatta che il suo intuito azzeccasse quasi sempre. «Stavate assieme?».

Noel fece un sorriso tirato. «Se un po’ di sesso è stare assieme».

«Mi sembra di capire che la cosa non sia piaciuta a Zurzo», provò ancora ad indovinare Virginia.

«I rapporti sul lavoro sono proibiti», aggiunse Noel. «Ma sappi che non sono l’unico a dimenticarsene, Gabriele si sta affezionando un po’ troppo a Cheyenne», le sussurrò, con un sorriso divertito come se fosse uno scoop mozzafiato.

«Oh, Cheyenne. Mi ha accolto e aiutato molto durante i primi giorni alla Salvezza», affermò Virginia, un po’ sorpresa che quei due potessero nascondere del tenero, anche se non era molto interessata ai pettegolezzi sul posto di lavoro. Considerato quello che dovevano fare, era più curiosa di capire quanto Lia potesse influenzare Noel.

Forse erano stati davvero solo amici di letto, ma temeva che Noel fosse particolarmente furioso con lei per il suo tradimento e che potesse non mantenere la calma durante la missione.

«Sei arrabbiato con lei?».

«Perché dovrei? Cheyenne è una cara amica, se anche volesse uscire con Gabriele sarebbero affari suoi».

Virginia inspirò, spazientita. «Mi riferivo a Lia».

Noel esitò, e per la prima volta da quando avevano iniziato il discorso si voltò verso di lei e la guardò negli occhi. «Rimando il giudizio al momento in cui le parleremo».

Il discorso poté definirsi chiuso. Virginia lo vide continuare a dedicarsi alla sua rivista, e sperò che il caso non riservasse loro altre brutte sorprese.

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Scesi a Milano Virginia rimase affascinata dall’aura vitale e commerciale della metropoli. La poesia di Venezia era solo un vago ricordo, ma entrambe le città vivevano di energia propria che le rendeva, a modo proprio, romantiche.

Essendo arrivati alle tre di pomeriggio, e la manifestazione iniziava alle sei, Noel la accompagnò a fare un giro in città. Le concesse un’ora d’aria per fare la turista, poi la obbligò a tornare in albergo.

Una volta in camera le passò una busta con un sorriso malizioso stampato in faccia e le disse soltanto: «Vestiti e non fare domande!».

Virginia s’insospettì subito e guardò preoccupata il sacchetto abbastanza pesante.

«Devo preoccuparmi?».

«Potresti farlo, ma sarebbe inutile. Non sono mie direttive, anche se mi divertono tantissimo», rispose lui, sghignazzando.

«In che senso non sono tue direttive?».

«Zurzo ha ordinato che andassimo alla manifestazione travestiti, occorre che ci mimetizziamo. Dobbiamo avere un look giovanile».

Virginia decise di soddisfare la sua curiosità aprendo la busta. Al suo interno c’era una parrucca che avrebbe conferito a chiunque un’aspetto punk, i capelli sparati e blu, anfibi neri, bracciali borchiati, calze a rete e una gonna e un top strettissimi e neri.

«Come te la cavi nelle vesti di una fanciulla punk?».

«Non preoccuparti, ho avuto anch’io i miei momenti con le mode giovanili», ribatté lei. Non le creava problemi rispolverare vecchie abitudini, anzi, se non si trovasse lì per lavoro l’idea l’avrebbe addirittura divertita.

«Bene, vestiti, io vado a truccarmi gli occhi e ad indossare qualcosa di borchiato».

Virginia scoppiò a ridere all’idea, ma poi si sforzò di mantenere il contegno richiesto dal lavoro. Erano lì per salvare una donna – o capire se farle la guerra – non per giocare. Si vestì in fretta e si truccò con la sua personale trousse per valorizzare il make-up eccentrico. Per risultare più appariscente optò per un rossetto blu elettrico, abbinato alla parrucca.

Quando lei e Noel usciranno dalla camera d’albergo, nessuno immaginerà il loro vero obiettivo. Lui aveva cerchiato di nero gli occhi, indossato una parrucca scura, giacca con le borchie e pantaloni in pelle.

Alla manifestazione ricevettero sia fischi che commenti di apprezzamento.

Virginia e Noel iniziarono subito a cercare Lia nella ressa.

«Non è meglio se ci dividiamo?», propose Virginia, guardando con occhio critico la folla accalcata davanti al maestoso Duomo di Milano.

«Vestita così rischieresti venti stupri nell’arco di cinque minuti».

Virginia sorrise a denti stretti. «Lascia il maschilismo fuori dalla piazza».

«Che cazz…».

«Ho preso lezioni di kickboxing e taekwondo, so difendermi», rispose lei, sempre più fiera di essersi allenata e non dover dipendere da un uomo. Si allontanò da Noel gridandogli dietro di scriverle se avesse trovato Lia.

Una volta immersa nella folla dovette ammettere che il collega non aveva avuto torto, da sola riceveva molte più occhiate e saluti, ma li ignorò, concentrandosi sul volto di Lia da cercare nella folla.

Dopo cinque minuti temette che fosse un lavoro impossibile, c’era troppa gente, moriva dal caldo e le avances degli uomini stavano diventando soffocanti.

Dopo dieci minuti stava valutando di chiamare Zurzo e chiedergli se ci fosse un altro modo per trovare Lia.

Quindici minuti dopo, ormai convinta che sarebbe stato più facile impedire a dei robot di saccheggiare corpi in un cimitero, intravide una testa bionda e due braccia che sbandieravano il cartellone che avevano retto anche nei giorni precedenti: “I robot sono il nostro futuro”.

Virginia sorrise: l’aveva trovata.

Lia indossava un completo elegante, composto da blazer e gonna color rosa chiaro, e una t-shirt bianca basica sulla quale spiccavano innumerevoli collane d’oro. Nonostante le decine di odori che si erano mischiati lì intorno appena le si avvicinò riuscì a percepire un forte profumo di vaniglia. Per essere tenuta in ostaggio sembrava passarsela bene.

«Figo il cartello!», le urlò appena le fu vicino, scegliendo il linguaggio tipico adolescenziale.

La donna le rivolse un sorriso freddo e tornò a guardare avanti e ad urlare in coro ai manifestanti le frasi simbolo riguardo la protezione dei robot.

Virginia rimase colpita dai suoi occhi azzurri, perfettamente truccati di nero, e il rossetto alle labbra, color porpora. Si sarebbe notato lontano un miglio che vantava un make-up pregiato.

Ancor prima di parlarle, la ragazza poté giurare che le voci fossero vere. Non era soltanto per il look, che poteva essere una maschera, era qualcosa di più. Lia non era stata rapita, non era tenuta in ostaggio: Lia aveva tradito.

Virginia decise di recitare, almeno all’inizio, la parte dell’ingenua che la voleva salvare.

«Fai esattamente come ti dico», disse con voce bassa, «lavoro per la Salvezza, sono qui per portarti via, o quantomeno per avere un confronto con te».

Lia cambiò espressione.

Si voltò verso di lei e incatenò gli occhi color ghiaccio nei suoi. «Non puoi portarmi via da qui. Ci sono almeno dieci robot nei dintorni. Se provo a scappare uccidono una dozzina di persone innocenti».

Virginia si guardò automaticamente intorno. Non vide nessuno di sospetto, ma non era pronta a rischiare la vita di qualcuno che non c’entrava per costringere Lia a tornare alla Salvezza.

«D’accordo», le concesse, «perché non contatti Zurzo? Possiamo organizzare un piano per salvarti!».

«Chi c’è con te?», domandò invece la donna, tornando a guardare davanti a sé e a sorridere.

Virginia non avrebbe saputo dire se era meglio rispondere sinceramente oppure no, ma decise di dire la verità. «C’è soltanto Noel. Ci tiene molto a sapere se stai bene», si azzardò a dire.

«Immagino», rispose la donna, candida. «Tu conosci il mio nome ma io non il tuo. Come ti chiami, agente?», continuò con aria eterea.

«Virginia».

«Da quanto lavori nella Salvezza, Virginia? Un mese? Una settimana?».

La ragazza si sentì spaesata di fronte a quelle domande. Stava diventando difficile pensare come Virginia e rispondere come un preparato agente della Salvezza.

Non doveva essere Lia ad interrogare lei, ma il contrario.

«Questo non ha importanza, dammi le informazioni che mi servono», disse con voce ferma.

«Non funziona così», Lia si voltò verso di lei con uno sguardo di sfida. «Non hai imparato le priorità della Salvezza in queste settimana?».

«E tu non hai mai imparato la furbizia?», ribatté Noel, comparendole alle spalle.

Lia si girò verso di lui livida, ma prima che potesse rispondere lui riprese: «Ecco cosa farai: risponderai onestamente e poi…».

«Andiamo in un posto più appartato», lo interruppe Lia sfoderando un sorriso molle.

La più giovane corrugò le sopracciglia. «Ma hai detto…».

«Volevo metterti alla prova, Virgy», ribatté lei, ghignando.

Virginia giunse alla conclusione che Lia non le piaceva per niente. Si ritrovò a sperare che lo ammettesse o lo facesse capire che lavorava per la Rivalsa, almeno non avrebbe dovuto convincere Noel basandosi solo sulla sua impressione.

In più, l’aveva turbata l’estrema capacità della donna di metterla in difficoltà con poche parole. Yoseph l’aveva battuta sul piano fisico, Lia su quello mentale.

Tutto il mondo si prendeva beffa di lei, oppure la mandava all’ospedale con qualche livido.

«Tutto bene?», le domandò Noel, che pareva essersi accorto della sua frustrazione.

«Certo», mentì, non per orgoglio ma perché non era il posto né il momento per farsi confidenze a cuore aperto mentre seguivano Lia che spintonava nella folla.

«Andiamo nell’albergo dove alloggio», propose la donna.

«No, andiamo nell’albergo dove alloggiamo noi», replicò Noel. Virginia sospettò che lo facesse più per voglia di contraddirla che per mero interesse a decidere il luogo di destinazione.

«D’accordo, caro», cinguettò Lia, tirando fuori il suo lato frivolo. «Non mi aspettavo di rivederti vestito come un ragazzino ribelle. Davvero, Noel? L’ultima volta eri in ben altre vesti».

«Serve a non farci riconoscere dai tuoi amici. Anche se immagino che vedendoti andare via con degli sconosciuti ci aggrediranno tra non molto… A meno che tu non sia qui di tua spontanea volontà e puoi andartene quando vuoi…», insinuò Noel, lieto di poterle fare la domanda che sognava di porgerle da tanto tempo.

«Sei arrivato a sospettare che abbia tradito?», replicò Lia, fingendosi offesa.

«Diccelo tu», Noel colse l’occasione al volo. «Sei tu che prima scompari in piena missione con un soggetto nemico e poi ricompari in una manifestazione a favore dei robot».

«Le cose sono più complesse di così».

Sempre più colpita dall’atteggiamento rilassato e distaccato della ragazza, Virginia non vedeva l’ora di approfondire la questione. Intanto erano già arrivati a piedi all’albergo dove lei e Noel avevano preso una camera. Noel fece strada fino alla stanza di lusso.

Appena entrati, l’uomo tirò fuori la pistola e la puntò contro Lia.

Lei rimase imperturbabile di fronte a quella scenata a differenza di Virginia che si preoccupò subito.

«Ehm, Noel, ne abbiamo già parlato…».

«Rilassati, voglio far capire alla nostra Lia che è invitata a dire la verità».

«Io la dico la verità, tesoro, ed è qualcosa di molto più profondo della tua spicciola visione delle cose».

«Risparmiami le stronzate», ribatté Noel, irritato dalla sua tendenza a cambiare discorso.

Lia tirò fuori anche lei la pistola dalla borsetta e la puntò contro di loro.

«Ma tu guarda che piccola stronza», ringhiò l’uomo, ormai convinto che fosse un nemico.

«La mia è solo una precauzione», rispose lei, impugnando con forza la pistola.

«Adesso basta, siamo qui per aiutarti! Sei con noi sì o no?», intervenne Virginia, per chiarire le posizioni.

«Se siete qui c’è un motivo. In realtà, è stato facile attirarvi», ammise lei con un sorriso.

Noel corrugò le sopracciglia. «Tu volevi che ti trovassimo?».

«È bastato comparire in pubblico e sei volato da me in qualche giorno! Ho proposto io l’idea alla Rivalsa e anche se conosceva il rischio ha accettato. Non le importava che venissero degli agenti della Salvezza. Finché avranno in pugno la mia famiglia sanno che non scapperò di mia spontanea volontà».

Lia abbassò la pistola. A mano a mano che parlava si addolciva sempre di più.

«Loro minacciano la tua famiglia?», chiese Virginia.

«Sì, hanno rapito i miei genitori più o meno quando hanno rapito me. Sospettavano che un agente della Salvezza, se si fosse ingegnato, sarebbe riuscito a scappare, perciò hanno deciso di ricattarmi».

«Ah sì? E perché non ti hanno ucciso e basta?», chiese Noel, il quale non era ancora incline a fidarsi e ad abbassare l’arma.

«Perché volevano interrogarmi, avere quante più informazioni possibili dalla Salvezza. Ho sempre risposto con mezze verità o risposte incomplete. Non so se mi abbiano sempre creduto o meno, ma dopo che gli ho proposto di lasciarmi partecipare alle manifestazioni, hanno deciso che potevo servirgli in tal senso. Per loro è una vittoria se un’attivista che manifestava contro i robot scende a manifestare a favore, per sminuire le lotte sociali dell’opposizione».

Virginia guardò Noel, ma a giudicare dal suo sguardo capì che non era ancora convinto. Forse, non lo sarebbe mai stato.

«Se è così, perché hanno permesso che ti allontanassi da piazza Duomo? Non si staranno insospettendo anche ora mentre parliamo?», domandò la ragazza.

«Non sono una prigioniera, non propriamente almeno. Uccidono i miei genitori solo se scappo, ma se mi assento dieci minuti dalla manifestazione non muore nessuno», Lia diede un occhio al suo orologio oro al polso. «Ed è già tardi. Devo tornare sui miei passi».

Noel continuava a puntarle la pistola. Lia sostenne lo sguardo.

«Riferiamo tutto a Zurzo», spezzò la tensione Virginia. «Puoi dirci il tuo piano nel lungo periodo?».

«Liberare i miei genitori. Dopodiché non potranno più ricattarmi, tornerò alla Salvezza e racconterò tutte le cose che ho visto».

La donna rivolse un ultimo sguardo seducente a Noel prima di avviarsi verso la porta. «A presto, amore».

Noel abbassò la pistola, arreso che per arrivare alla verità ci voleva tempo.

«Cosa ne pensi?», domandò Virginia, alcuni minuti dopo che rimasero soli.

«C’è qualcosa di diverso in lei», rispose l’uomo senza mezzi termini. «Potrebbe essere dovuto alla prigionia, ma non ne sono sicuro. Non ci resta che aspettare che faccia un passo falso».

Virginia ripensò alla sua sensazione alla manifestazione, l’assoluta certezza che Lia fosse una traditrice… Non era sicura di potersi fidare del suo istinto, ma nel caso la donna era un’attrice molto abile. Quindi qual era la verità? Lia era un nemico?

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Alla Salvezza Cheyenne si stava ancora occupando delle scartoffie. Odiava la vita da ufficio: preferiva andare in missione, per quanto pericoloso. Ma dopo il piccolo incidente che l’aveva portata a rompersi un braccio, ormai quasi guarito, era stata mandata in riposo forzato e le sue giornate si susseguivano nella monotonia.

«Caffè?», le propose una voce maschile.

Cheyenne si voltò e vide che nel suo ufficio era appena entrato Gabriele e reggeva due caffè fumanti.

Lei sorrise. «Certo».

Il ragazzo le si avvicinò timidamente. «Come procede la vita in panchina?».

«Dimmelo tu, se non sbaglio l’ultima volta hai rischiato di essere dissezionato», lo schernì lei.

«Rischi del mestiere», minimizzò lui, nonostante durante il breve rapimento aveva visto la vita passargli davanti agli occhi.

Si stavano ancora sorridendo, con un leggero imbarazzo nell’aria, quando entrò Zurzo e annunciò che erano stati scovati dei robot travestiti da poliziotti nel quartiere di San Lorenzo, e che costituivano il loro nuovo caso. La permanenza in panchina era finita.

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Era notte, Enrica era rimasta come da consuetudine nel suo ufficio della Rivalsa per lavorare. Era molto stressata, perché l’organizzazione aveva appena dichiarato di essere giunta alla soluzione chimica per cambiare le caratteristiche fisiche dei cadaveri. Forse il veleno che aveva iniettato non sarebbe bastato a far fallire l’esperimento.

In più, a renderla tanto nervosa era il comportamento dei suoi colleghi umani, i quali l’avevano trattata tutto il tempo con i guanti di velluto.

Coloro che fino al giorno prima si erano rapportati con lei come se fosse un’amica, non sospettando il suo doppio gioco, in quelle ore erano diventati improvvisamente fin troppo gentili ma distaccati. Oppure era la paranoia e la stanchezza che le stava giocando un brutto scherzo. Ma se l’avessero scoperta, cosa avrebbe dovuto fare?

Decise di togliersi quel dubbio alle nove di sera, quando in ufficio non c’erano interruzioni, ospiti indesiderati o chiamate a cui rispondere.

Si collegò ad Internet e iniziò a fare le sue operazioni servendosi del suo programma di sicurezza.

Enrica, prima di diventare un agente della Salvezza, era stata per anni un’abile hacker. Bazzicava nel dark web inizialmente per il gusto del proibito, poi – spinta dal desiderio di fare qualcosa di valoroso, visto che non si era laureata e non aveva un buon lavoro – aveva iniziato a servirsi delle sue conoscenze per sabotare gli affari di alcuni terroristi. Era molto pericoloso ma lei aveva litigato con la sua famiglia, era sola, conduceva una vita monotona, e fare del bene rischiando la pelle era il suo unico modo per sentirsi viva, persino in pace.

Ricordava con nostalgia agrodolce quei tempi: era infelice, ma confronto al lavoro che faceva attualmente molto più ingenua.

Poi nel dark web l’avevano scoperta e avevano deciso di vendicarsi. Non uccidendola, non aggredendola, ma tendendole una trappola. La polizia l’aveva accusata di essere complice di alcuni traffici di organi ed era finita in galera.

Il mese più lungo, doloroso e sconfortante della sua vita.

E poi la Salvezza aveva bussato alla sua cella e le aveva offerto un lavoro, dichiarando che aveva bisogno di reclute intelligenti e coraggiose. Le avevano detto che tenevano d’occhio il dark web e che la sua disavventura non gli era sfuggita. Avevano scoperto tutto: sia le sue buone azioni che la sua rovina.

Enrica aveva accettato a scatola chiusa, felice di poter uscire di prigione e di avere quella possibilità che prima le era stata preclusa, ovvero avere un posto nel mondo, persino una missione di vita.

I mesi a venire erano stati tutt’altro che semplici, i rischi si erano raddoppiati, ma mentre si infiltrava nel sistema di Gionata, l’odioso figlio del capo della Rivalsa, le sue abilità da hacker le tornarono ancora una volta utili.

Cercò la sua scheda… La trovò, e il suo cuore perse un battito.

C’era l’etichetta “Traditrice”.

«Congratulazioni!».

Enrica urlò e saltò in piedi.

Sulla soglia della porta si era delineata la figura di Yoseph.

Il robot sorrise e fece un passo avanti. «Peccato, avresti avuto un buon futuro con noi».

Enrica fece automaticamente altri due passi indietro vedendolo avvicinarsi.

«Come l’avete scoperto?», domandò, anche se in realtà non le interessava saperlo, stava già pensando alla fuga, al modo per scappare, come faceva da una vita.

«Sei stata tu, donna stupida e manipolabile…», rispose Yoseph con giubilo, come se lo avesse realizzato essere riuscito a metterla in scacco.

Anche se la irritò la risposta, Enrica si sforzò di continuare a pensare alla fuga.

«Ti ho teso una trappola, quando ho catturato quel bamboccio. Sospettavo di te già da tempo e tu mi hai fornito la conferma su un piatto d’argento. I tuoi stupidi strumenti di oscuramento non hanno funzionato, stavolta».

«Stavolta?», chiese Enrica, temendo che avessero sventato anche il suo piano B.

«So che l’avevi già fatto, forse volevi rubarci informazioni, o qualsiasi cosa che voi burattini della Salvezza desiderate. Sospettavo che eri stata tu ma non avevo prove a sufficienza».

Enrica era leggermente sollevata, da come parlava Yoseph non era riuscito a capire cosa avesse fatto la prima volta che aveva sospeso la corrente nella struttura.

«Gli agenti della Salvezza sarebbero burattini? Ma guardati: sei solo il parto di una scienza perversa, non avrai mai uno scopo nella vita se non quello di distruggere le vite degli altri! Nemmeno l’insulto figlio di puttana è adeguato per te!».

Yoseph sollevò con forza sovrumana la sua cattedra.

Enrica approfittò del suo momento di furia cieca per saltare e dargli un calcio in faccia. Era diventata la migliore nel suo corso di kickboxing ed era fierissima per questo.

Ma era consapevole che Yoseph fosse troppo forte per lei perciò si diede alla fuga, correndo con tutto il fiato che aveva in una destinazione che non era l’uscita d’emergenza, anche se il suo inseguitore lo sospettò e perciò si premunì in tal senso: anziché rincorrerla andò a bloccare tutte le uscite.

«Non hai via di scampo, Enrica», canticchiò usando i microfoni collegati a tutti i corridoi.

Ma Enrica non voleva scappare e corse fino al laboratorio – che sembrava più un obitorio – dove la Rivalsa teneva tutti i suoi cadaveri pronti per essere trasformati.

La donna si diresse verso la botola e sperò con tutto il cuore che nessuno avesse mai scoperto cosa ci aveva nascosto dentro.

La fortuna girò eccezionalmente dalla sua parte e trovò la bomba che aveva piazzato.

La attivò senza pensarci due volte: da lì a quattro minuti sarebbe esplosa.

Tirò fuori il cellulare e chiamò Noel, sperando con tutto il cuore che rispondesse. Se non l’avesse fatto, avrebbe chiamato Gabriele, anche se sarebbe stata più dura dire a lui addio.

Per fortuna la sua chiamata venne accettata al primo tentativo, ma non le rispose la voce di Noel.

«Pronto?», domandò Virginia. Ci fu silenzio dall’altra parte e la giovane capì di doversi presentare, poiché lei sapeva benissimo chi fosse Enrica ma Enrica non sapeva chi era lei.

Prima che potesse spiegare Enrica si riprese e proruppe: «Hai due opportunità, o sei una delle sveltine di Noel oppure sei un viscido nemico!».

«Né l’uno né l’altro», rispose Virginia con voce ferma appena l’interlocutrice le lasciò la parola. «Noel è il mio supervisore, sono una recluta della Salvezza. Adesso è nell’hall dell’hotel, ha lasciato in camera il telefono».

Enrica si calmò e si rimproverò per essere saltata a conclusioni affrettate a causa della tensione.

«Ora lo chiamo!», si affrettò a dire Virginia.

«Non ce n’è bisogno», la interruppe Enrica. Aveva desiderato dire addio ad uno dei suoi amici ma se poteva far arrivare le spiegazioni alla Salvezza senza confrontarsi con una persona con cui aveva un legame affettivo forse era anche meglio. Temeva che all’ultimo secondo avrebbe ascoltato la paura, disattivato la bomba e mandato a monte il suo piano. «Digli che la Rivalsa ce l’ha quasi fatta, è riuscita a creare il composto per rendere di nuovo funzionante la linfa vitale dei cadaveri».

«Cosa?», urlò Virginia, sconvolta.

«Come per i vivi, possono farlo solo con quelli predisposti, e qua ne hanno almeno una cinquantina».

«Questo vuol dire…». La ragazza non era sicura di aver capito bene, o che stesse per dire una stupidaggine. «Possono riportare in vita qualcuno?».

«Assolutamente no, sciocchina! Grazie a questo metodo riescono a creare dei robot con una coscienza e intelligenza artificiale, ma l’ibrido che creano non ha i ricordi della sua vecchia vita e loro possono programmarlo secondo gli ideali dell’organizzazione», spiegò Enrica, disgustata. Anche se i robot della Rivalsa erano crudeli, la mente dietro a tutto il progetto era umana.

«Va bene, allora informo Zurzo della svolta, e…».

«Non è questo che devi fare», la interruppe Enrica. Arrivava il momento difficile. «Devo distruggere questi corpi insieme al composto che ha creato la Rivalsa. Sarà una grande vittoria per la Salvezza! Per ritrovare altri cadaveri predisposti e per di più in condizioni fisiche per essere utilizzati, dovrà passare tantissimo tempo e lo stesso per quanto riguarda la preparazione dei composti chimici!». Enrica guardò entusiasta le capsule che costituivano l’ennesima arma letale per il mondo.

«E come pensi di farlo in così poco tempo?», domandò Virginia, sorpresa.

«Ho già tutto pronto», rispose la donna con un sorriso fiero, anche se i suoi occhi si erano inumiditi. «Un po’ di tempo fa avevo staccato per la prima volta la corrente in tutto il laboratorio e avevo nascosto una bomba in una botola così che, in caso di necessità, avrei potuto far saltare in aria tutto».

Virginia era piacevolmente sorpresa dall’astuzia e efficienza di Enrica. Era uno degli agenti migliori della Salvezza.

«L’unico problema…», sospirò lei, facendosi coraggio. «È che non ne uscirò viva».

«Cosa?». Virginia perse completamente il sollievo e l’allegria per l’imminente vittoria.

«Hanno bloccato tutte le uscite. Sono in trappola! Mi hanno scoperto».

«Ma non puoi farti saltare in aria con i corpi!», sbottò Virginia, sconvolta. Solo l’idea le faceva sciogliere il cuore dall’orrore.

«Tanto mi hanno scoperto, sono già condannata!», ribatté Enrica. Non aveva via di fuga ma aveva l’occasione di mandare a monte uno dei più ambiziosi piani della Rivalsa. Sarebbe morta da eroina.

«Enrica, pensa un attimo, per favore…». Virginia non sapeva neanche perché aveva così a cuore che Enrica non si sacrificasse. Non la conosceva nemmeno ma non voleva che una brava persona morisse per la causa.

La porta del laboratorio si aprì.

Guardando le telecamere, i robot della Rivalsa avevano mandato un uomo per impedirle di portare a termine il piano.

Enrica guardò la bomba: mancava ancora un minuto prima che esplodesse.

«Addio, Virginia», detto questo staccò uno dei fili che comportava l’esplosione istantanea e l’uomo non fece in tempo a raggiungerla poiché saltarono in aria entrambi.

Sentendo il frastuono Virginia cacciò un grido di orrore e si toccò il petto per lo shock. Singhiozzò per alcuni interminabili minuti, cercando di dirsi inutilmente che era appena una successa una cosa positiva, avevano vinto una battaglia.

Ma Enrica, una donna con cui aveva parlato per pochi secondi prima e che ora le sembrava di conoscere da una vita, era morta, e lei non riusciva ad accettarlo. In nessun modo.

Avevano vinto, ma vedeva comunque il mondo con gli occhi terrorizzati di una bambina che ha appena scoperto cosa succede fuori dal suo giardino.

Lia, intanto, aveva ascoltato la conversazione grazie ad una telecamera. Guardò con rabbia lo schermò diventare nero a causa della distruzione nell’obitorio.

La Salvezza aveva vinto.