15 Luglio 2024

La crème de la crème.

Saga: The Real Entertainment

Copyright: Tutti i diritti riservati.

Capitolo: Primo – La crème de la crème.

Ambientazione: Milano, giorni nostri.

Trama: Rob Arcardi e Andrea Macaluso sono due giovani e milanesi influencer, ma l’immagine patinata di divertimento che offrono sui social nasconde le vicende di due giovani ragazzi spezzati dalla vita. Il punto di rottura arriva quando decidono di prendere con sé una diciannovenne, Debora Bettinelli, originaria di Firenze, che è il loro totale opposto: non ha il loro vissuto ma è più resiliente in altri aspetti. Debora si unisce al loro staff e rimane affascinata dal mondo sfavillante, gaudente, dorato ma pieno di insidie di una Milano luminosa e oscura del 2024, con mille volti e una situazione sociale intricata. Tra grandi amori, demoni del passato e un successo che sfugge sempre di più di mano, riusciranno Rob, Deb e Andrea a trovare la felicità in un’Italia più che mai abilista e sessista?

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Primo Capitolo

La crème de la crème

Rob Arcardi si accese una sigaretta davanti a Porta Romana, riflettendo sulla velocità e voracità con cui la sua vita cambiava ma rimaneva, sempre, invariata; i problemi che lo tormentavano nei primi anni di vita invece di ridursi continuavano a chiedergli pezzi di anima.

Andrea Macaluso prese una t-shirt nera e ben stirata dalla collezione che aveva disposto con cura maniacale nel suo armadio, poi si sedette davanti al suo computer e diede un ultimo sguardo al volto della ragazza che compariva sullo schermo e che avrebbe dovuto incontrare da lì a venti minuti.

Debora Bettinelli corse affianco al Duomo: il sole lo illuminava tutto, l’ampio centro di Milano brillava di promesse, grandi brand e sogni affannati. Lei concesse alla cattedrale gotica un veloce sguardo, affascinata dalla sua geometrica bellezza, e poi cercò di districarsi nel mosaico di italiani e turisti per arrivare in tempo all’appuntamento.

Il luogo di incontro era di tendenza nella parte della Milano Bene.

Una volta seduta, sollevata del suo anticipo, Debora si concentrò sugli avventori del locale: vide principalmente entrare, accomodarsi e scattarsi selfie donne e uomini griffati dalla testa ai piedi. Li osservò scherzare, ridere e chiacchierare avvolti nella loro aura di benessere. Qualche volta invidiava loro quella mentalità, avrebbe osato definire, libera.

Non si ponevano problemi a sfoggiare vestiti di marca e a ricordare al mondo che i soldi sono una questione seria, ma non così seria, e che quei vestiti erano cosa per pochi, così come il cibo e le risorse. Alla fine della loro giornata non importava se indossavano abiti che inquinavano o diamanti coperti di sangue.

Quando d’estate tornava a Firenze, la sua città natale, dove aveva trascorso i primissimi anni di vita, restava sempre un po’ sorpresa e commossa nell’appurare che lì le persone erano rimaste poco interessate alle firme. Forse l’ossessione per la moda era intrinseca nell’aria della città meneghina.

Lei, d’altra parte, non si era mai fatta complessi sulla sua estetica, convinta che avrebbe per sempre lavorato nella fabbrica di famiglia, ma forse per farsi notare aveva un viso troppo ordinario. Era alta, ossuta, aveva occhi verdi soggetti ad un leggero strabismo e capelli lunghi e corvini di cui più di tutto andava fiera.

Guardandosi intorno, Debora notò che calcavano quei pavimenti ricchi anche persone discretamente agiate, in primis studenti universitari, provenienti da un ateneo o l’altro della metropoli. A seguire vide gruppetti di giovani non troppo benestanti ma bramosi di osservare con occhi languidi il lusso.

Sul prezzo non c’era da scherzare.

Ma Debora se ne rese conto quando appurò che anche il caffè lo avrebbe pagato una cifra elevata.

Molti suoi coetanei avrebbero tirato fuori il telefono di ultima generazione e scattato decine di selfie da postare sui social, ma lei pensò che qualunque fosse stata la posta in gioco non si sarebbe omologata. Giurò a sé stessa che anche a distanza di mesi, anni e l’andirivieni di soldi, nulla le avrebbe fatto cambiare mentalità.

Lo pensò, e ci credette davvero.

Non si sarebbe avvicinata a quel bar se Andrea Macaluso non le avesse proposto di incontrarsi là. E Andrea Macaluso non era, per lei, una persona da farsi scappare.

Andrea, che usava come nome d’arte “Andrèn”, era un professionista del web che vantava un discreto successo sui social. Non era altro che un blogger che di tanto in tanto lavorava come youtuber, o per usare un termine moderno, un giovanissimo “influencer”, attivo su tutti i social di punta del momento.

Andrèn aveva ventitré anni, un aspetto estetico che le dava idea di fare uso di qualche droga di troppo e, soprattutto, un forte seguito su Internet: con i tempi che correvano, 1 milione di seguaci (che per molti ormai era l’unico metro di giudizio che contava) non lasciava indifferente nessuno. 1 milione. Lei ne aveva 407.

In realtà Debora non si era mai interessata alle sue attività. Le comparivano nelle home dei social le notizie relative agli incidenti stradali o alle guerre fuori dal suo Paese. Si era informata su Andrèn solo per non arrivare impreparata all’appuntamento. E in effetti, gli aveva riconosciuto un certo talento, oltre che la capacità di affascinare la gente.

La cosa sconvolgente era che una settimana prima Andrèn l’aveva contattata.

Lei, Debora Bettinelli, con il suo mite blog aveva partecipato ad un concorso perché aveva una passione, ma soprattutto perché aveva sfidato alcuni compagni di liceo a fare lo stesso.

Deridere il sistema.

I materiali sintetici, la carne e la plastica.

Fare paragoni tra Firenze e Milano.

Era solo un gioco.

E poi era arrivato lui, Andrèn, perché facendo parte del comitato di influencer che aveva organizzato il concorso, era rimasto colpito dai suoi articoli, vivaci ma caratterizzati da un certo spessore.

Nel concorso Debora era arrivata terza. Altre due persone avevano raggiunto gli agognati primi posti e ricevuto pubblicità e attenzione mediatica sui social, ma Andrèn, prendendo le distanze dai colleghi, le aveva comunque chiesto un appuntamento.

Debora, a quel punto, non aveva idea di cosa aspettarsi dall’incontro.

Stupita dall’andazzo della situazione, si era chiesta se non si fosse offerto di darle una mano ad emergere ma doveva ricambiarlo in modi agghiaccianti, come da cliché più comune nelle dinamiche di opportunità e potere sbilanciato.

I suoi pensieri furono interrotti da una voce maschile.

«Debora».

La ragazza si voltò verso il ragazzo che le poggiò una mano sulla spalla, assolutamente a suo agio nell’ambiente.

«Andrèn, salve…», la mora si sforzò di assumere una postura retta. Nonostante il modo con cui lo facesse era una novità per il mondo del lavoro, aveva davanti una persona che nel suo ambito stava facendo carriera.

Non si trattava d’altro che affari.

«Non chiamarmi con il mio nome d’arte, va bene?», replicò lui con la sua E chiusa. A parte l’aspetto, anche la parlata era così diversa dalla sua, nella quale faceva capolino continuamente l’accento fiorentino. «Se beviamo un caffè insieme, puoi anche usare il mio vero nome».

Debora cercò di sotterrare il disagio.

«Okay, Andrèn… Cioè, Andrea… d’accordo…».

Forse il web le stava anestetizzando le facoltà mentali, pensò. Non aveva davanti una star internazionale.

Andrèn allargò il sorriso.

Naturalmente, doveva essere abituato a facce ebeti di gente che veniva tramortita da un granello di popolarità, pensò Debora, amareggiata dalla sua incapacità di apparire stoica.

Dopo che ordinarono i loro caffè, Andrèn la guardò dritto negli occhi.

«Sono contento che hai accettato di vedermi».

«Beh, era difficile che rifiutassi visto quello che fai…», rispose lei seguendo i suoi pensieri.

Poi se ne pentì, ma Andrèn scoppiò a ridere.

«Ascolta, se ti ho scritto significa che davvero mi hai colpito al concorso», disse, guardandola serio.

Debora si fece attenta. «In chat non mi hai detto di cosa vuoi parlarmi…».

Andrèn annuì. «Sì, volevo conoscerti di persona, ovviamente. Non mi piace discutere di affari per messaggio. Preferivo un colloquio fisico», disse con uno sguardo che la lasciò ancora più confusa.

Ma Debora gli fece capire che non gradiva tergiversare: voleva che arrivasse al punto.

«Ecco, vorrei farti una proposta», riprese velocemente Andrèn. Utilizzò un tono di voce basso, come se volesse confidarle un segreto che le altre persone non dovevano sentire. «Invece di gestire un blog in autonomia, avresti voglia di unirti a me e al mio amico, entrare nel nostro staff e lavorare per TheRealEntertainment?».

Debora si perse a riflettere sulla perfetta pronuncia inglese che aveva fatto Andrèn del nome del suo blog. O forse si perse solo a pensare al nome di quel blog e poi a lei che ci lavorava.

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Debra, a distanza di tempo, anche anni, si rompeva il capo per riflettere sulla magia di certi momenti, incontri, sequenza di eventi, come un’intera vita potesse cambiare o sgretolarsi in seguito ad un caffè.

Cosa sarebbe successo se non avesse deciso di dare una chance a quel folle incontro? E se quel giorno non si fosse potuta assentare dal posto di lavoro?

La sua storia cominciò come tante altre: un uomo affascinante, un incontro in un posto inedito e infinita inconsapevolezza.

Da lì a qualche mese sarebbe passata a districarsi con i problemi dei posti più degradati di Milano, a scoprire il lato peggiore delle persone e della società, e scoperto cosa volesse dire amare, ma anche crescere.

Ma all’inizio del suo cammino tutto era semplice, pieno di ambizione e ingenuità.

Prima dell’incontro Deb si era aspettata quattro chiacchiere su qualche collaborazione e già quella la considerava un’utopia.

Ma non si era immaginata che lui, Andrèn, Andrea, uno dei direttori di un blog che stava attirando attenzione mediatica, fosse rimasto così stupito del suo talento quasi più di come lei lo era rimasta dal suo.

Ironia della sorte.

Misteri della fede.

Anzi, del web.

Come se non bastasse, la sua proposta includeva unirsi a lui e al suo amico che descriveva come navigato e talentuoso, un professionista veterano del web. Roberto Arcardi, che si faceva chiamare “Rox”.

Lasciarono piazza Duomo, incamminandosi verso Monte Napoleone mentre Andrea parlava del più e del meno. Le propose di andare a casa sua, dove avrebbe potuto conoscere Rob. Le spiegò che il compagno ci teneva a farle un colloquio conoscitivo e che i suoi saggi, a differenza sua, non erano stati sufficienti a convincerlo ad assumerla.

La casa di Andrea era poco lontana dal centro di Milano.

La giovane cercò di moderare i pensieri inerenti al costo che doveva avere un alloggio in una zona così centrale del capoluogo lombardo.

L’appartamento le piacque molto, era spazioso e al penultimo piano di un condominio storico.

L’arredo era minimale ma calcolato, ogni dettaglio era elegante ma l’aspetto più affascinante erano gli spazi che rispecchiavano il carattere di una persona creativa.

Oltre ad un soggiorno per rilassarsi davanti ad una libreria, le console e un televisore al plasma, c’era una stanza interamente dedicata al lavoro online.

Vantava un angolo per fare podcasting con attrezzi professionali, e uno per scattare shooting dietro un fondale bianco.

D’altra parte la camera da letto era calda, intima. Non c’erano oggetti elettronici.

Nel complesso, era sicuramente una casa per cui provare invidia.

E Debora, di invidia, si rese conto di covarne: perché Andrèn faceva il lavoro che amava, viveva in una città piena di entusiasmo e abitava in una casa da sogno in prossimità di piazza del Duomo.

Lo realizzò solo nel momento in cui tornarono nel soggiorno e si fissò su una linea di piccolissimi quadri.

«Bella casa», sputò, per interrompere il lungo momento di silenzio.

«Grazie».

In attesa che arrivasse Rox Andrea decise di rollarsi una canna. Fu preciso, delicato, lasciando intravedere quanto fosse abituato a quel gesto.

Debora evitò di fissarlo. Sapeva che senza volerlo i suoi occhi avrebbero messo in luce il suo disappunto, perciò si voltò e fissò il pavimento in parquet.

«Per qualsiasi cosa, fai come se fossi a casa tua», le giunse alle orecchie la voce di Andrèn.

«Certo, grazie».

Il disagio cresceva e lei fissava i dettagli dell’appartamento, le piantine sul davanzale, un pc di un ottimo modello aperto dall’altro lato del lungo tavolo, il divano in pelle nera. Tutto l’arredamento della stanza era nero o bianco.

Rox arrivò a casa di Andrea un quarto d’ora dopo.

Era alto e asciutto, aveva i capelli ricci e scuri che gli toccavano le spalle, occhi azzurri e barba incolta.

Debora pensò che aveva l’estetica perfetta per spiccare nel web.

Positivo o negativo, era giocoforza avere un aspetto singolare per un lavoro in cui ci si espone al pubblico.

Andrea non faceva eccezione, pur avendo un aspetto più semplice, era anche lui molto alto e curato fisicamente, portava i capelli neri raccolti in un taglio folto.

Debora pensò che se avessero ufficializzato la loro colleganza avrebbe dovuto personalizzare anche lei il suo aspetto fisico. Le uniche particolarità che forse avrebbero potuta aiutarla ad essere riconoscibile erano i tatuaggi colorati che si era fatta disegnare in alcuni punti del collo e delle braccia.

Appena Rox la vide, la squadrò da capo a piedi. «Andrea è sempre fin troppo generoso con le persone che desiderano emergere… Vediamo se saprai sorprendere me».

«Me lo auguro, mi farebbero bene un paio di agganci buoni come voi», rispose Debora senza pensare.

Rox sorrise divertito.

«Bene, allora. Spogliati».

Lo disse con nonchalance e fu quello a sconvolgere la mora.

Rox infierì. «Parlo arabo? Non siamo qui a pettinare le bambole, tesoro, devi fare sesso con noi due se vuoi che ti diamo una mano».

Debora guardò Andrea, che a differenza dell’amico non riuscì a rimanere serio e scoppiò a ridere, e questo le fece capire che ci era cascata come una pera cotta.

«Ahi ahi», mormorò Rox, dirigendosi divertito come un bambino verso un mini-frego.

Debora batté le ciglia un paio di volte cercando di non detestarlo subito e augurargli le peggio cose.

A farla tornare alla realtà fu la visione dell’interno del mini-frigo. Era carico di bottiglie di vino, prosecco e birra.

Rox – anzi, Rob – fece come se fosse a casa sua e pescò tre piccole bottiglie di vetro.

«Mentre la testi potresti offrirle qualcosa di più di una birra!», intervenne Andrea.

«La birra precede lo champagne ma quello arriva a colloquio superato».

Anche se quello scherzo di cattivo gusto l’aveva presa alla sprovvista Debora era contenta che seppur ricchi e famosi conservavano una certa ordinarietà.

Non sarebbe stata costretta a fingere e atteggiarsi come una persona elegante che era lì solo per affari.

«Allora, ti piace molto scrivere? Segui da molto il nostro blog, sei una nostra seguace abituale?», domandò Rox accomodandosi sul divano e poggiando i piedi sul tavolino.

Debora si chiese con frustrazione perché avesse dovuto toccare già quel tasto dolente.

Era stata una sconsiderata, si ripeteva, a non prepararsi a dovere.

Era in bilico fra il dire la verità o una mezza bugia. Troppo tardi si accorse che era passato abbastanza tempo da far intuire a Rox la sua risposta.

Andrea rimase chiuso nel suo silenzio, come se volesse lasciare i due a sbrigarsela da soli.

Infine, Debora ammise: «Non proprio…».

Rox sgranò gli occhi, poi guardò Andrea. Lui si strinse nelle spalle.

«Tu non mi conoscevi? Non hai mai seguito niente di me, passato o presente?», domandò assottigliando gli occhi.

«Perdo punti se dico no?».

Forse fu la sua espressione che portò Rox – di primo acchito deluso – a ridere insieme a Andrea. Debora sorrise, contenta che apprezzassero la sincerità e la simpatia.

«Scusa», aggiunse poi, pensando che era meglio non affidarsi troppo all’umorismo.

«Non preoccuparti», Rox bevve un sorso di birra. «Dimmi, parli di cultura popolare. Quali artisti segui?».

«Uhm? Intendi scrittori, pittori o in generale?».

Il modo con cui Rox alzò le sopracciglia le fece salire l’ansia. Non voleva fare davanti a lui la figura della stupida, ma più che ad un colloquio si sentiva sotto processo.

«Bene, di italiani mi piacciono tanti. In realtà, per il mio blog non ho studiato o preparato niente, le recensioni positive che ho dispensato le ho rivolte a tutti coloro che mi appassionavano».

«Quindi non fai distinzione fra l’arte e il commerciale?», il suo tono era accusatorio. «Ti dedichi a qualsiasi cosa ti capita sotto mano?».

«Più o meno», ammise Debora. Poi aggiunse, con più sicurezza: «Qualsiasi cosa che mi capita sotto mano ma che sia di qualità».

Quella conversazione stava procedendo in modo imprevisto, ma si sentiva sfidata e provocata, come se una persona, per la prima volta, volesse mettere alla prova ciò che aveva dentro.

Rob la tenne in ballo per un’ora intera.

Parlarono di mascolinità tossica, ma anche di depressione.

Rob le toccò il cuore quando si lasciò scappare un feroce insulto ai negazionisti della violenza di genere in Italia. Nei suoi profili condivideva post a favore dei movimenti femministi. Andrea, d’altro canto, si professò interessato al dibattito della salute mentale. Nei suoi social capitavano hashtag come “giornata mondiale contro la depressione”, o contro il suicidio.

Debora temette che erano in grado di sorprenderla più loro con il loro acume e la loro sensibilità piuttosto che lei con le sue idee e la sua visione spicciola del mondo.

Lei, che nella sua piccola realtà aveva immagazzinato informazioni contro la libertà della donne e l’autenticità delle malattie mentali.
Lei, che da quel momento avrebbe voluto informarsi e crescere come donna e come persona.

Si confrontarono sui giornalisti e sui cantanti di tendenza.

Ragionarono sulla direzione che stavano prendendo la destra e la sinistra in Italia.

Debora non si era mai sentita così sotto pressione in vita sua. Toccò a malapena la sua birra. Andrea e Rob, non più Andrèn e Rox, se ne scolarono tre, fumando marijuana e impregnando la sala.

Ogni tanto ebbe il sentore che l’intera conversazione non fosse un vero test ma piuttosto un momento di estremo divertimento per Rob, ma era difficile dirlo da come ghignava un secondo prima e come diventavano di fuoco i suoi occhi un attimo dopo.

Ebbe i primi segni positivi solo tre quarti d’ora dopo l’inizio dell’interrogatorio. Forse perché era onesta e sincera, non si legava a nessuna linea di pensiero… Ma un paio di cenni che fece Rob la riempirono di speranza.

«E tu a cosa ambisci?», suonò come una domanda finale.

Andrea, che annoiandosi si era messo a mangiare, si voltò verso di lei e la osservò curioso alla pari del compagno della sua risposta.

Debora ci pensò qualche secondo, rendendosi conto che la risposta a quella domanda sarebbe stata decisiva per la sua assunzione.

«A costruire qualcosa di mio. Solo mio. Qualcosa di un livello superiore, che mi rappresenti e faccia la differenza».

«Concordo!». Andrea fece cin cin con la sua bottiglia di birra rimasta quasi immacolata. Debora gli sorrise grata.

Rob si alzò lentamente dal divano ma Debora aveva capito: era teatrale. Cominciò a ridere.

Lui corrugò le sopracciglia. «Non ti ho ancora detto nulla».

Rob la fissò serio. Così seriamente che Debora perse il sorriso.

Andrea andò in suo aiuto. «Ti stai prendendo in giro! Si diverte a fare lo stronzo ma molto presto ti abituerai».

Allora anche Rob sorrise divertito e le offrì la mano.

«Complimenti, Bettinelli. Sappi che se sarai dei nostri, dovrai diventare una macchina da lavoro. Dovrai essere reperibile ventiquattr’ore su ventiquattro, è un lavoro che richiede tutta te stessa. Per esempio quando lavoriamo ci rinchiudiamo e lasciamo ogni cosa fuori dalla porta, e lo stesso vale per quando andiamo a qualche festa o intervista o evento a cui ci hanno invitato, la regola d’oro è fissarsi in testa che ami quello che fai e devi mostrarlo agli altri. C’è un confine fragile fra quello che dovrai fingere per motivi di lavoro e ciò che proverai. Tutti i giorni dovrai esporre e sacrificare un pezzo di te sui social network: i followers o se preferisci i tuoi fan, si devono affezionare a te, ti devono vedere come un amico, devono avere l’assoluta convinzione che ti stai legando a loro. Diventando famosa insieme a noi, dovrai accettare che la tua privacy andrà a farsi benedire perché giornalisti e siti internet clickbait ti stupreranno. Quando farai una cazzata i tuoi stessi fan ti odieranno, si sentiranno delusi e ti vedranno come il loro peggior nemico. Quando farai una buona azione sarai riconosciuta all’unanime, diventerai la loro eroina. Non potrai decidere più niente».

Debora lo ascoltò rapita, catturata e affascinata da tutto ciò che le stava dicendo.

Era un mondo pazzesco.

Magico e colorato, ai suoi occhi.

Certo, c’era qualche lato negativo, ma c’erano anche nella fabbrica nella quale aveva sempre lavorato e se Rob credeva di spaventarla aveva sbagliato persona.

Lei sapeva cosa era disposta a sacrificare per il lavoro e ottenere ciò che aveva sempre idealmente sognato, le giornate in cui faceva lo stesso gesto per nove ore, pensando solo a cosa la stanchezza le avrebbe permesso di fare la sera appena libera.

Anzi, Rob, con il suo discorso, aveva richiamato all’appello una parte di lei molto profonda.

«Tutto questo è pazzesco!», fu la prima volta che pronunciò la E in accento milanese anziché fiorentino.

Andrea e Rob non sembrarono del suo stesso parere, non del tutto almeno.

Fu più questo a inquietarla.

Insieme all’odore di marijuana.

«Sì, è pazzesco. Ma è una giungla, sappilo».

Detto questo, come promesso Rob tirò fuori una bottiglia di champagne, lui e Andrea presero a parlare di argomenti di leggeri e l’atmosfera si coprì di spensieratezza.

Ma lei riusciva solo a pensare che un gioco le aveva procurato un lavoro e quale significato potesse avere di quei tempi.

Quanto sarebbe durato?

Dove l’avrebbe portata?

Contributi?

Cosa ne sarebbe stato della sua famiglia, ora che sua sorella era assente per stare dietro al terzo figlio e anche i due fratelli maggiori erano tesi per gli imminenti mutui e matrimoni?

La triade mutuo-matrimonio-famiglia la fece impanicare.

«Ragazzi, sono felice per come è andata, ma adesso devo proprio andare», Andrea ruppe la bella atmosfera alzandosi e riempiendosi l’ultimo bicchiere di champagne. «Vado a vedere Serena».

Rob annuì come se questo spiegasse tutto.

«La mia ragazza stasera lavora per la mia prima volta in un prestigioso teatro!», spiegò a Debora esternando il suo entusiasmo.

Lei lo guardò interdetta. «La tua ragazza fa l’attrice teatrale?».

Alla sua domanda, Andrea annuì con un sorriso fiero.

In preda ad un attimo di cinismo, Debora pensò che non doveva sorprendersi se soldo chiamasse soldo, se ragazzi ricchi approcciavano top-model o attrici. D’altra parte, una bella ragazza potendo scegliere avrebbe sempre scelto uno come Andrèn, giovane, attraente e in carriera.

Ma poi Debora si ricordò della sua gentilezza e, delusa dalla sua misoginia interiorizzata, cercò di cacciare quei pensieri.

Paradossalmente, Andrea si rivolse proprio a lei per un ultimo brindisi: «Sono felice che ce l’hai fatta, Deb».

«Ma hai ancora tanta strada da fare, Bettinelli», soggiunse Rob.

«Non preoccuparti: stasera leggerò tutto ciò che hai scritto e che ti riguarda fino a che non avrò gli occhi consumati e che mi bruciano dalla stanchezza per lo schermo pc. Però, per qualcuno di tanto interessante, è un sacrificio che sono disposta a compiere», concluse con un sorriso mefistofelico.

Rob sorrise a denti stretti.

Prima di tornare a casa Debora li osservò pensando con adrenalina vorace a quell’occasione arrivata in modo imprevisto ma che le aveva stravolto i piani per il futuro. Era più di quello che avrebbe potuto chiedere al mondo del lavoro, alle persone di cui circondarsi e alla passione con cui riempire le sue giornate.

Era la crème de la crème.

Non immaginava che per ogni cosa bella che avrebbero trovato sul loro cammino gliene sarebbero capitate almeno dieci che erano l’opposto.

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Secondo capitolo: https://www.giadazinzeri.it/the-real-entertainment-secondo-capitolo-un-nuovo-mondo-digitale/