15 Luglio 2024

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Data di uscita: ottobre 2022.

Trama:

Virginia, giovane ragazza che vive nella capitale italiana, si districa tra i problemi della sua vita alla ricerca del suo posto nel mondo. Vorrebbe studiare Medicina alla Sapienza di Roma, ma suo padre è morto molti anni prima, lei vive col nonno malato di ictus e la madre si è trasferita dall’altra parte della città, tra l’altro al fianco di un uomo manesco di cui è vittima.
La Salvezza – ironia della sorte – è un’organizzazione segreta del governo italiano che si presenta alla sua porta con un’offerta: in cambio di un lavoro pericoloso, le darebbe comunque una dimensione in cui vivere, soldi, e la possibilità di salvare delle vite, anche se non operando come dottore come ha sempre sognato. Come se non bastasse, alla Salvezza scopre di essere stranamente collegata, o quantomeno di avere qualcosa in comune ad una ragazza rinchiusa nel manicomio dell’organizzazione, e di cui si vocifera che preveda il futuro tra un delirio e l’altro.

La società, intanto, è diversa da quella in cui viviamo noi: l’evoluzione tecnologica ha permesso di trasformare gli assistenti virtuali in veri e propri robot dall’aspetto umano che sono stati diffusi nella maggior parte degli Stati del mondo, grazie ad una multinazionale italiana, la Da Vinci. La vicenda fa dibattere l’opinione pubblica tra allarmisti e favorevoli.

Capitolo: Primo.

Titolo primo capitolo: Le storie che ci raccontiamo.

Prologo

Settembre 2021

Roma aveva un’aura inquietante.

Non era sicuro per una giovane donna camminare da sola, di notte, tra i pericoli di una grande metropoli e il giro di spaccio del quartiere, ma lei continuò a farlo lo stesso.

Era la fine di settembre ma faceva ancora un caldo infernale nella capitale italiana. Era esausta, logorata, ma, soprattutto, si sentiva vuota. Schiacciata dalla bufera di eventi e dalla mancanza di controllo sulla sua vita.

Il sangue che le si era incrostato addosso le colorava di un rosso vivido la pelle, il viso e i vestiti.

Se l’avessero vista dei bambini avrebbero potuto urlare di terrore e scambiarla per un fantasma che fluttuava nel buio.

Le emozioni dentro di lei si stavano spegnendo una dopo l’altra, la mente era in blackout e lei circolava per le strade della capitale senza avvertire attrito con la realtà.

Camminando, vide un’anziana signora che stava dando da mangiare ad alcuni gatti nel giardinetto vicino alla strada guardarla con orrore.

Un paio di tossicodipendenti vicino a piazza di Spagna le fischiarono dietro.

Li ignorò e arrivò fino alla Fontana di Trevi, fin troppo affollata. Nell’aria aleggiavano vivacità e festa, ma a poco a poco la spensieratezza collettiva scomparve e tutti iniziarono ad accorgersi di lei, rivolgendole occhiate che la fecero sentire ancora più in difetto.

Lei continuò a camminare fino alla sublime fontana finché qualcuno le sparò, incurante del rischio di uccidere altra gente oltre a lei in quella notte di sangue.

L’acqua della Fontana divenne rosso porpora.

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Primo capitolo

Le storie che ci raccontiamo

1 mese prima

Agosto, 2021

Noel e Gabriele entrarono nel manicomio tenuto sotto controllo dalla loro organizzazione, la Salvezza.

Giuditta D’Antei aveva sedici anni, ma ne dimostrava molti meno.

Questa era la cosa peggiore: una ragazzina dall’aspetto angelico, con i capelli biondo platino e gli occhi così chiari da sembrare, quasi, bianchi, era stata ricoverata per schizofrenia e disturbo di personalità multipla dieci mesi prima.

Si diceva che le fossero state diagnosticate almeno cinque personalità, ma durante le loro visite Noel e Gabriele avevano potuto conoscere solo tre di esse.

I medici non disdegnavano nemmeno l’idea che potessero scoprirne delle altre, dal momento che le ultime erano state rilevate da poco. Prima di allora, la madre adottiva della ragazza aveva sempre pensato che la figlia ne possedesse solo due.

«Pronto per il teatro degli orrori?», domandò Gabriele con un sorriso pigro. Era un agente da un anno, aveva iniziato a lavorare per la Salvezza appena diventato maggiorenne, per rendere fiero il padre. L’uomo, al contrario, aveva lasciato il posto appena lui era entrato così da poter passare il resto dei suoi giorni rinchiuso in un bar, ormai troppo segnato dalla vita.

«Ho forse una scelta?», replicò il collega. Erano diventati amici più o meno quando avevano iniziato a lavorare insieme. Noel non era lì per desiderio, o voglia di onorare i genitori, o senso di giustizia. Si trovava in quell’organizzazione perché era la sua unica possibilità per non passare gli anni a venire in prigione.

I due uomini si presentarono alla segretaria che diede loro subito il lasciapassare, abituata ai loro visi e al corrente delle ragioni delle loro visite.

Giuditta D’Antei, la misteriosa e inquietante ragazzina, quel giorno era impegnata a fare meditazione seduta sul pavimento, incurante delle gambe nude che toccavano il pavimento freddo. Il vestito bianco in pizzo le arrivava appena alle cosce.

Anche se sembrava molto concentrata, ogni tanto apriva gli occhi e faceva smorfie rivolte verso il cielo.

«Buongiorno, tesoro», la salutò Noel, bussando alla porta aperta.

«Sono una brava ragazza, io, e una brava ragazza non parla con due assassini», rispose lei con voce cantilenante. La voce che usava quando si comportava come se fosse una ragazza timorata di Dio, che disdegnava il male e il peccato. Quella era la sua seconda personalità. La prima, quella normale, emergeva di rado.

«Io non sono un assassino», si difese prontamente Gabriele, offeso dall’accusa.

«Sai che con lei tutto è possibile, vero?», lo stuzzicò Noel.

Gabriele lo guardò, un attimo, sorpreso, riflettendo sulle sue parole, ma poi scosse la testa. «Sarò più specifico con i verbi, se preferisci. Io non sarò mai un assassino».

Il motivo per cui erano lì era dovuto alle capacità innaturali della ragazza.

Giuditta D’Antei pareva benedetta dal dono della preveggenza.

La maggior parte delle parole che pronunciava, anche se ad un primo ascolto apparivano assurde e folli, rivelavano sempre un fondo di verità nel lungo periodo.

Era il caso più chiacchierato di tutta l’organizzazione: alcuni agenti erano ossessionati da lei, ragion per cui il suo caso era stato affidato a Noel e Gabriele, i quali riuscivano a rimanere ragionevoli in sua presenza senza esaltarsi. Altri agenti, invece, erano spaventati e non volevano avere alcun contatto con la ragazza.

«Che favoletta ci racconti oggi?», domandò Noel, calmo. Sapeva che ci voleva un po’ di pazienza prima che la ragazza si lasciasse andare.

Andavano da lei sempre il 7 del mese.

Pronunciava tutto l’anno parole che se bene interpretate rivelavano indizi sul futuro, ma solo in quel giorno per lei magico enunciava delle vere e proprie profezie.

E gli innumerevoli scienziati della Salvezza non erano ancora riusciti a spiegare perché solo il 7 del mese sfornasse profezie. Non erano neppure sicuri di avere gli strumenti adeguati per scoprirlo.

Ma Giuditta D’Antei, tra i tanti misteri, presentava un’eccezionale stranezza anche il giorno del suo compleanno.

Il 27 gennaio parlava di continuo per ventiquattr’ore, toccando gli argomenti più disparati della società. I capi della Salvezza, appena scoperto questo particolare, avevano riavvolto il nastro della telecamera della sua stanza e avevano trascritto ogni parola pronunciata. Con tutti gli appunti che avevano messo insieme grazie a lei avrebbero potuto scrivere un’enciclopedia.

Il caso di Giuditta, nonostante l’aura di mistero, irrazionalità e terrore che la circondava, era davvero affascinante.

«Ricordate che se ho nostalgia dell’inferno è solo perché sono stanca di sentire voi umani piangere!». La ragazza fece una risata roca e sinistra, molto simile a quella di un uomo, ma Gabriele e Noel si erano abituati a sentire la sua voce deformarsi.

Quella era la personalità che loro definivano la numero tre: si esibiva con risate grottesche, insulti volgari e preghiere al diavolo. Avrebbero potuto farci un film horror.

«Su, Giuditta, non girarci intorno, puoi fidarti di noi», provò ad addolcirla Gabriele.

«Se fossi finito in un altro corpo vi avrei già stuprato, bastardi!», gridò la ragazza.

«Basta perdere tempo con le stronzate, tanto sappiamo qual è la parola magica», proruppe Noel. «Futuro. Cosa vedi nel futuro, Giuditta?», domandò, sporgendosi verso di lei.

Lei gli rivolse i suoi piccoli e furiosi occhi, prima di addolcirsi e iniziare a proclamare:

«Il giorno dei cigni neri è alle porte,

è arrivato il momento che il vostro mondo corrotto

Cambi il suo sistema per una sofferenza più grande

E la collettività comprenderà i grandi errori del millennio

Anche se acquistate violette profumate ci sono delle spie nel sistema

Le tecnologie che avete ideato per raffreddare le emozioni

Falliranno e si ribelleranno ai vostri velenosi burattinai

Virus diabolici vi danneggeranno irrimediabilmente

E scadrà il vostro tempo da dedicare a lussi e conforti

Se aprite gli occhi potete vedere le conseguenze già in corso

Continuate pure a distruggere la natura che vi ha ospitato

Finirete in un mondo dove non ci sarà posto per i vostri peccati».

Noel prese nota in un taccuino delle parole della giovane.

«È incredibile», commentò Gabriele con un sospiro. «Hai scritto tutto bene?».

«Non mi sono fatto sfuggire niente. So quanto sono importanti le parole con la nostra Giuditta», Noel rivolse alla bionda un sorriso, ma lei aveva ricominciato a fare facce disgustate rivolte verso il soffitto, come se ci fosse una zanzara che le ronzava intorno, disturbandola.

«Grazie, cara, ci vediamo il prossimo mese», la salutò Noel, anche se lei non rispose, persa nelle sue mille oscurità. Prima di andarsene si chiese come fosse possibile vivere così, con un nemico così gigante e spaventoso nella propria testa.

Qualunque fosse la forza ad alimentare Giuditta, qualunque fosse la spiegazione dietro tutto ciò, scientifica o ultraterrena, dopo tutto quel tempo portava ancora Noel a rompersi il capo.

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24 ore dopo

Beethoven era al pianoforte.

Virginia camminava a piedi nudi sul prato. L’immagine che aveva davanti agli occhi era estatica: un giardino verdeggiante in cui le protagoniste indiscusse erano satina, da cui si dipanava una miriade di fiori di colore rosa, e cannabis. Un panorama avvolto da un cielo candido, azzurro e soleggiato.

Aveva la pelle d’oca per la visione di tanta bellezza, ma non era solo la sfera visiva a farla emozionare: la brezza dell’aria, pulita e inebriante, le riempiva i polmoni di una sensazione di purezza.

Era un ambiente stupendo, così diverso dalla Roma che ricordava, anch’essa bella, poetica ma piena di tormento.

Lì, invece, tutto era perfetto, una dimensione onirica.

Il pensiero della Roma dannata che conosceva ebbe effetti negativi sull’universo intorno a lei, e così iniziò a cambiare.

Virginia vide il prato marcire e il cielo diventare arancione, ardente, quasi come se zampillassero raggi di fuoco.

L’unica immagine sublime del mondo incantato di pochi secondi prima era rappresentata da una folla di cigni. Erano neri, inquietanti ma bellissimi.

Cercò di aggrapparsi alla loro visione mentre il tempo cambiava, ma poi i cigni strillarono in coro, terrorizzandola e facendole schizzare il cuore fuori dal petto per la paura.

L’organo ruzzolò a terra, sporcando di sangue il terreno.

Virginia urlò, poi saltò a sedere nel letto.

La quiete della notte buia non fece che accrescere la sua ansia.

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La festa dedicata al nonno sarebbe iniziata alle sette.

Virginia controllò il suo riflesso nello specchio pieghevole, si assicurò che la camicia fosse a posto e i capelli, biondi, a caschetto, ben pettinati.

Lei, doveva, essere perfetta.

Sua madre Ofelia ci teneva molto che alle riunioni di famiglia avessero tutti un’estetica impeccabile, soprattutto nelle foto di gruppo, nonostante durante l’anno lei e i suoi fratelli la vedessero pochissimo. Il lavoro la impegnava molto e la vita che si era ricostruita dieci anni prima con un uomo che non era loro padre non le dava tregua.

Così, anche se la assecondava durante il poco tempo che passavano assieme, Virginia la mal sopportava. Peggio, la odiava. Era convinta che la madre fosse il motivo per cui fosse così infelice nella vita. Sia a livello economico sia quando la notte andava a dormire.

Ma la rabbia non era l’unico sentimento che la giovane donna, che si sentiva una bambina, che aveva solo diciannove anni, covava: c’erano volte in cui il disgusto aveva il sopravvento, soprattutto quando vedeva sul collo di Ofelia lividi viola.

Virginia non aveva mai incontrato dal vivo il fidanzato della madre ma lei ne parlava benissimo, creando nell’animo della ragazza non poca confusione. Aveva abbandonato lei, Ginevra, Achille e loro padre non per un uomo migliore, sotto un’ottica frivola Vittorio non era nemmeno bello… Era solo una persona violenta e manesca.

Virginia si ammalava ancora di più di rabbia quando ripensava che, in compenso, un uomo onesto e integro come suo padre era stato assassinato poco dopo il divorzio. Il suo corpo era stato rinvenuto la mattina presto dalla polizia, senza portafoglio e con un proiettile in fronte.

Da allora Virginia e i suoi fratelli erano andati a vivere dal nonno, il quale li aveva accolti a braccia aperte, pensando che prendendosi cura di loro forse avrebbe smesso di patire la perdita prematura della moglie.

Il tempo aveva curato alcune ferite, alleviato qualche amarezza e portato maturità e consapevolezza, ma il modo di Virginia di vedere e vivere il suo passato continuava ad aprire voragini e crepe dentro il suo cuore.

La bionda diede un occhio al panorama fuori dalla finestra: era sera e Roma era bella e malinconica. Le sarebbe piaciuto poterla vivere e prendere a morsi senza troppa frustrazione, e poi prendere a morsi la vita, anziché rimanere intrappolata in una realtà disfunzionale che non le permetteva di imboccare la sua strada nel mondo.

Si guardò per l’ultima volta allo specchio e decise che il suo aspetto andava bene.

Scese con calma le scale a chiocciola.

La casa del nonno era una struttura molto grande in stile barocco. Se paragonata alle case che aveva sempre frequentato quando andava a dormire da amici appariva eccentrica, singolare. A primo impatto qualcuno avrebbe potuto pensare che lei e la sua famiglia sguazzassero nell’oro.

In realtà il nonno paterno aveva ricevuto quella casa dalla madre. La bis-nonna aveva ereditato una grande fortuna grazie all’azienda di famiglia, prima di sparire, letteralmente, nel nulla, senza lasciare traccia di sé. Non fu mai più vista o ritrovata. L’azienda si era disgregata e a parte il lascito di quella strepitosa casa, il figlio non aveva condotto una vita ricca di lussi.

Adesso Virginia vedeva il nonno che l’aveva cresciuta con amore fare fatica a sopravvivere ogni giorno a causa dell’ictus che lo consumava anno dopo anno. La sua ultima figura genitoriale si stava spegnendo.

Vivevano in stretta economia, la ragazza aveva vinto una borsa di studio per andare all’università ma spiegarlo a suo fratello era impossibile e di certo non voleva chiedere l’aiuto economico e psicologico della madre assente.

Era tutto il giorno che si armava di pazienza in vista di quel ritrovo famigliare.

La sala grande della casa era stata allestita da spettacolari fiori di ogni colore, alle pareti color panna, con raffigurazioni celesti di angeli e arcangeli, erano stati appesi una moltitudine di palloncini blu. Per onorare l’aspetto antico ed elegante della casa erano state accese una ventina di candele.

Ofelia aveva l’ossessione per l’estetica, e guardando le pareti Virginia pensò che era stata molto brava ad abbellire così in fretta la casa mentre lei si truccava e preparava.

«Ti piacciono le candele, sorellì?», domandò Ginevra, la sua sorellina di sedici anni, una ragazza molto alta con lunghi capelli rosso fuoco, pelle avorio e occhi color ghiaccio. Ginevra negli anni era cresciuta in fretta, diventando pericolosamente molto bella, ma di carattere era rimasta infantile e immatura. Virginia faceva molti sacrifici nel tentativo di educarla e gestire la sua esuberanza.

«La mamma è stata una furia – una vera furia! – ci teneva molto a preparare la casa!», continuò Ginevra con un po’ di eccitazione. Non aveva mai accettato che loro madre le avesse abbandonate, e Virginia la vedeva pendere in modo fastidioso dalle labbra di Ofelia.

«Sono molto belle», rispose la sorella maggiore, contenendosi per non mostrarsi contrariata.

«Non è tutto! Vieni, ci ha fatto un regalo bestiale!», esclamò l’adolescente, entusiasta.

La sua esagerata allegria incuriosì Virginia.

«Che genere di regalo?».

«Un robot! Ti rendi conto? Un vero robot!», annunciò Ginevra. Aveva pensato di resistere e fare a Virginia una sorpresa, ma non era riuscita a trattenersi e aveva ceduto. «Speriamo che i protestanti in piazza di Spagna non ci rompano le palle, sarebbero capaci di mandarci in Vaticano e metterci al rogo», ridacchiò la giovane, che si esaltava per le vicende preoccupanti di cui parlavano ogni giorno i giornali da tre anni a quella parte, da quando modelli sofisticati di robot erano stati diffusi nella metà delle case del globo, dividendo la popolazione mondiale in favorevoli, allarmisti e estremisti.

«Non dire stupidaggini, la legge non vieta l’uso di robot! Voglio vederlo», disse Virginia, curiosa di conoscere quella tecnologia sensazionale.

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«V-vi voglio bene, ragazzi», balbettò Ofelia, e si massaggiò i capelli corvini. Capitava sempre quando era nervosa e cercava di calmarsi con i suoi tic. La stratosferica bellezza estetica non le aveva mai conferito autostima e sicurezza in sé stessa.

Si sedette sulla sua poltrona preferita, vicino al camino.

Dalla porta di ingresso entrò il suo regalo: doveva avere sui trent’anni, alto, molto più umano di quello che Virginia si era aspettata, l’aspetto di un uomo maturo in perfetta salute fisica.

La ragazza pensò che non sembrava affatto un robot, non come quelli che si erano immaginati fino a tre anni prima, con circuiti e fili elettrici in vista.

Virginia guardò Achille: il fratello continuava a squadrare il robot, dubbioso. Poi sembrò apprezzare il lato positivo del regalo. «Di’ un po’, Ofelia, quanto lo hai pagato?».

«Ohw, ovvio che si tratta di un modello modesto in confronto a quelli che vendono in giro, ma mi hanno garantito che è molto efficiente. Mi è costato quasi quattromila euro».

Virginia sgranò gli occhi.

Sapeva che i robot erano costosi, sapeva che erano l’invenzione del secolo, ma non aveva sospettato che potessero arrivare ad una simile cifra. In realtà non si era mai interessata ai costi: aveva sempre pensato di non potersene permettere uno, e lo stesso valeva per i suoi amici. Quando camminava per strada e vedeva un negozio che li vendeva li ignorava. Una volta era entrata con Ginevra in un locale che vendeva solo modelli scadenti, di una qualità così scarsa che anche un bambino avrebbe capito che erano difettosi, e cercavano di rifilarli a novecento euro. Aveva pensato che un modello professionale dovesse costare poco più del doppio o qualcosa del genere.

«Vi aiuterà lui d’ora in poi con le faccende di casa! Ehm… prendetelo come un modo–p-per scusarmi per essere così impegnata», farfugliò Ofelia.

Sia Virginia che Achille erano infastiditi, ma erano diventati bravi a non mostrarlo, specie se c’era presente la loro madre. Riusciva ad influenzare solo Ginevra con le smancerie, infatti la ragazza la guardava con gli occhi lucidi.

«Ed è anche bravo a cucinare!», si riprese la donna, con ritrovata allegria. «Il tecnico che l’ha costruito doveva essere un grande cuoco, gli ha inserito nella memoria ricette straordinarie. Dev’essere stato questo ad aver fatto salire il prezzo! Ovviamente dovrete ricaricarlo una volta al mese, ma vi ho già p-pagato l’abbonamento per tutto l’anno, quindi non dovrete preoccuparvi neanche di quello! I b-buoni, aspettate che tirò fuori i buoni…!».

Mentre la madre si pavoneggiava del suo regalo e di tutto l’aiuto che avrebbe offerto loro, Virginia iniziò a fissare il soggetto.

Era molto serio, aveva lo sguardo fermo e inespressivo.

Si chiese che cosa passasse per la testa ad un robot…

Lui girò la testa in modo automatico verso di lei e fu inevitabile ritrarsi per lo spavento. Non si era aspettata tanta naturalezza.

Forse non si sarebbe mai abituata all’idea di avere qualcuno in casa che non riusciva ad identificare come una persona vera nonostante l’aspetto umano.

«A-allora?», domandò Ofelia, con un filo di polemica nel suo tono di voce.

«Grazie!», esclamò Achille con un sorriso falso.

Virginia lo imitò. «Grazie di cuore, ma’».

Ofelia li fece cenare con caviale e ostriche per testare le capacità culinarie del robot. Lui si dimostrò un portento in cucina, molto concentrato, attento ad ogni passaggio e preciso con le dosi. Virginia lo osservò con attenzione e si rese conto che era più che evidente che fosse un robot, non accusava segni di stanchezza, di distrazione e non c’era una sola sbavatura nel suo modo di cucinare.

La ragazza pensò anche che, sebbene non avesse mai perdonato Ofelia, la donna aveva trovato una buona soluzione per sdebitarsi per la sua assenza. Un robot avrebbe avuto una pazienza d’acciaio con l’ictus del nonno e lei non avrebbe più dovuto impazzire per dargli da mangiare, lavarlo o vestirlo. Era un lavoro, per quanto difficile, che era sempre toccato a lei, non lo aveva mai condiviso con i fratelli, Achille non ne voleva sapere di assistere l’uomo e Ginevra era troppo piccola e infantile per farlo.

Stava ancora pensando a quanti vantaggi avrebbe potuto trarre dall’occasione quando Ofelia ricominciò ad elencare le capacità del robot.

«Non è solo un computer con un aspetto umano, potete anche fare amicizia con lui, è più comprensivo di un diario e del tutto privo della capacità di giudicare la gente!».

«Non penso di voler raccontare i cazzi miei ad un uomo con uno sguardo da serial killer», disse Achille, come sempre poco fine.

Virginia guardò il robot. Lui non si era offeso, aveva ancora lo sguardo inespressivo.

«Di’ qualcosa, dai», lo invitò Ofelia, come se fosse un bambino introverso.

Lui si aprì in un sorriso. «Potete raccontarmi tutto quello che volete», disse con voce soave, anch’essa più umana di quanto i fratelli si fossero aspettati. Non c’era nulla di elettronico nelle sue sembianze.

Virginia capiva perché molte persone si affidavano ai robot per avere un amico o addirittura un amante, ma lei non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che fosse una cosa triste, e di conseguenza ingiusta.

Non dovevano perdersi di vista tra esseri umani più di quanto già non facessero prima dell’avvento della tecnologia, dei social network e ora dei robot.

«Ehi, tu, robottino, puoi anche accompagnarmi a fare shopping?», domandò Ginevra, con l’entusiasmo tipico della sua età.

«Certo, cara».

«Mmh, potremmo mandarlo a lavorare», rifletté Achille ad alta voce.

Virginia pensò che era un’idea così tipica di lui. Anche la manodopera dei robot era stata una questione che aveva fatto dibattere il mondo e per non lasciare disoccupate le persone era stato tassativamente vietato l’uso, da parte degli imprenditori, di robot come dipendenti o operai.

Anche se la legge di tutti gli Stati del mondo vietava che i robot venissero usati come manovalanza c’era sempre chi li sfruttava nel lavoro in nero, ignorando i manuali di diritto – tutti aggiornati a dovere in quei due anni intensi. La pena era la chiusura dell’azienda, multe altissime e in taluni casi addirittura qualche mese di carcere, per persuadere i furbi a lasciar perdere.

A dispetto di ciò alcune professioni, come la prostituzione, erano state spazzate vie e non era raro vedere uomini che accompagnavano belle donne robotiche di notte, e quando le forze dell’ordine andavano a far loro le pulci spesso cadevano nella loro tela, non riuscendo a resistere alla disponibilità delle robot, pronte a soddisfare ogni loro desiderio erotico, anche quelli più perversi.

Tutti quelli, e molti altri motivi avevano spinto una grande percentuale della popolazione mondiale ad insistere per eliminare le nuove tecnologie.

«La legge italiana vieta il lavoro in nero per quelli come me», sentenziò calmo il robot, facendo sorridere Virginia.

Achille si mostrò subito contrariato. «Non sei stato programmato per contraddirci, uomo di latta».

«Però ha ragione», intervenne Virginia, anche se si guadagnò un’occhiataccia dal fratello. «Ciò non toglie che ci sarà utile per cucinare, fare i mestieri in casa o badare al nonno».

«Tutte cose di cui ti occupi già tu, quindi non vedo perché sprecare le potenzialità di questo bellimbusto», disse aspro.

Virginia s’indispose, come capitava sempre più spesso in quel periodo. «Io non sono la tua schiava», tuonò, trattenendo a stento la furia.

Ginevra divenne rossa in viso vedendoli sul punto di sbraitare, e il robot si chiuse nel suo mutismo.

«Sm-smettetela», provò ad intervenire Ofelia.

Achille le rivolse un’occhiata intimidatoria, per invitarla a non fiatare dato lo scarso potere di parola che aveva in casa loro, e tornò a guardare Virginia.

«È per la tua favolosa borsa di studio? Vuoi approfittartene del robot per svignartela?».

Ofelia guardò meravigliata Virginia. «Hai vinto una borsa di studio, tesoro?».

Virginia la ignorò, sempre più furiosa.

«Voglio diventare chirurgo: ti sembra così assurdo?».

L’uomo la guardò con ancor più veleno. «Quello che mi sembra assurdo è che sei così egoista da pensare solo ai tuoi cazzo di interessi!».

Virginia guardò prima Ofelia, le efelidi ormai scomparse per il rossore dovuto alla rabbia, e poi il robot, che le rivolgeva una strana attenzione. Si alzò e si apprestò ad andarsene.

«Virginia…», provò a chiamarla la madre.

«Va’ al diavolo!», ribatté, adirata soprattutto con lei perché non la difendeva mai. Si rivolse in ultimo a Ginevra che era congelata: «Scusami, Gina», e sparì al piano di sopra.

«Chirurgo? Che borsa di studio ha vinto?», domandò Ofelia, guardando Achille, ma lui le rivolse un altro sguardo di fuoco.

«Di medicina e chirurgia», intervenne Ginevra, con una punta di fastidio. Non riusciva ad essere felice per questo, dal suo punto di vista l’università avrebbe allontanato sua sorella e lei non voleva rimanere sola. Oltre a questo, era già abbastanza pesante vedere lei e Achille litigare quasi ogni giorno.

Il robot guardò in direzione delle scale che aveva percorso Virginia.

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La ragazza era seduta sul suo letto, lo sguardo puntato verso i libri di medicina impilati nel mobile. Anche se la sua reazione la faceva sentire infantile, le veniva da piangere. Aveva lavorato sodo per vincere quella borsa di studio, spesso studiando fino alle cinque di mattina, in più assisteva la casa, la sorella minore, si occupava dell’ictus del nonno e riusciva pure a lavorare nei ritagli di tempo – minuscoli, a conti fatti – per portare qualche soldo in più in famiglia che creasse un valore aggiuntivo al bilancio economico.

Se il nonno non fosse stato malato di sicuro l’avrebbe appoggiata, ma ormai era troppo schiacciato dalla malattia per intervenire nelle questioni famigliari.

La cosa peggiore era che sapeva benissimo che non se ne sarebbe mai andata di casa, aveva troppo senso del dovere verso la famiglia.

Sua sorella era egoista ed era peggio di una spina nel fianco, ma era pur sempre sua sorella e non poteva lasciarla in balia di Achille. Le sembrava di lavorare da una vita per farle avere l’adolescenza che lei non aveva mai avuto, non avrebbe sopportato di mandare tutto all’aria.

A volte, però, pensava che il bene, il sacrificio e il senso di responsabilità venissero ricompensati, nel mondo, con altro male e dolore, un pensiero che la trascinava in una spirale di depressione.

Qualcuno bussò alla porta, interrompendo il suo negativo flusso di pensieri.

Pensò che fosse Ofelia ma non aveva nessuna voglia di vederla. Secondo Virginia era colpa della madre se faceva fatica a delinare la sua identità e il suo posto nel mondo.

Ma dopo che disse “Avanti!” sulla soglia della porta si materializzò l’ultima persona – se così si poteva definire – che si era aspettata.

«È permesso?», chiese il robot con garbo.

«Hai bisogno delle mansioni della serata o qualcosa del genere?», chiese Virginia, con poca gentilezza. Avrebbe voluto essere cortese ma era troppo nervosa.

Il robot fece un piccolo sorriso. «No, tua madre mi ha mandato a vedere come stai».

Virginia alzò gli occhi al cielo. «Dille che non sono mai stata meglio e che può tornarsene da dove è venuta!», proruppe.

Il robot annuì, pronto ad andarsene, ma poi aggiunse, con voce gentile: «Secondo me dovresti accettare la borsa di studio».

Virginia sgranò gli occhi. Le sue parole furono anche peggio di un insulto e le fecero sbriciolare il cuore.

Era la prima persona che glielo diceva. Persino le sue amiche erano sempre state titubanti, sostenendo che sarebbe stata un’impresa tenere a bada la casa seguendo nel frattempo una facoltà dura come medicina.

«È… complicato», farfugliò, perché onestamente non sapeva cosa rispondere. Si era abituata a gente che provava a smontare i suoi piani anziché a motivarla.

«Se ci tieni dovresti andarci», continuò lui, conciliante. «Oppure… potresti avere un’altra opzione».

Virginia lo guardò confusa. Era già tanto che avesse due opzioni, era assurdo immaginarne una terza.

«Dobbiamo parlare, ma se possibile non qui».

La ragazza lo guardava sempre più sospettosa, perciò lui rise, una risata dolce che la fece sentire stupida per aver dubitato delle sue intenzioni.

«Non avere paura, sono programmato a fare tutto ciò che mi ordinate. Voglio solo illustrarti la tua terza opzione, ma in un posto dove la tua famiglia non possa ascoltarci in nessun modo».

Virginia era ancora un po’ titubante per i modi misteriosi di quel robot sbucato dal nulla con una soluzione che avrebbe potuto sistemare tutti i suoi problemi, ma allo stesso tempo stava iniziando a covare curiosità per scoprire cosa avesse in mente.

Non era molto speranzosa ma decise di fidarsi e prese la giacca.

«Facciamo una passeggiata in città», propose Virginia.

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Trastevere di notte era bella, viva e popolosa.

Casa di Virginia distava poco dalla Fontana di Trevi ma lei preferì allungare la passeggiata prima di giungere al suo luogo preferito della città.

Lei e il suo robot camminavano confondendosi nella folla composta da coppie, compagnie di amici o turisti e Virginia si chiese quanti, tra loro, fosse a loro volta insieme ad un essere inumano. Era come se vedesse Roma con occhi nuovi e la turbava un po’ pensare che camminava a fianco a qualcuno di inanimato e che anche le altre persone potessero farlo.

«Non hai un nome?», domandò, un po’ nervosa a socializzare con un robot.

«No, dovreste darmelo tu e i tuoi fratelli», rispose tranquillo.

«Mmh, molto bene. Sai, il nome è importante, come faccio a rivolgermi a te se non hai un nome, capisci?».

«Mi sembra sensato», disse lui, anche se pareva voler ridere per l’importanza che dava alla questione.

«Cosa ne dici di Paride? Non mi piacciono i nomi comuni, e il fatto che hai contraddetto mio fratello ti fa onore».

«Paride?», ripeté, come se gli sembrasse un nome assurdo, prima di dire: «È anacronistico».

«Mi piace proprio per questo», ribatté Virginia.

«Allora è perfetto», sorrise lui, accondiscendente.

«Inizia a parlare, quale sarebbe la mia terza opzione, Paride?», domandò la ragazza, ansiosa di rompere il disagio che avvertiva.

Intanto stavano camminando in direzione della Fontana di Trevi.

«Hai presente Da Vinci?».

«Certo».

La Da Vinci era la miglior marca mondiale di robot, la prima ad averli diffusi. Essendo diventata una multinazionale aveva fatto schizzare l’economia dell’Italia alle stelle poiché aveva venduto i suoi prodotti al resto del mondo. Dopo di essa erano nati molti altri brand, ma la Da Vinci aveva ancora la meglio nel mercato anche se la gara tra i Paesi potenti era forsennata. In quel momento offrire al mondo la miglior marca di robot equivaleva ad avere il potere.

«Dopo un anno di normali attività, convinta da un’altra grande organizzazione ha inserito in tutti i robot che fabbricava dei test».

«Che tipo di test?», chiese confusa.

«Test dell’intelligenza. Da protocollo tutti i robot domestici del mondo li fanno ai propri padroni».

«Questo è divertente! Le persone lo sanno?», chiese Virginia. Non aveva mai sentito parlare di una simile caratteristica dei robot.

«Solo quelle che passano il test».

«Perché, vogliono mantenere il segreto?», domandò lei, non avendo ancora afferrato il senso di ciò che le stava dicendo.

«Sì, ed è giocoforza che anche le persone che passano il test lo mantengano», insistette Paride, per spingerla ad arrivare al nocciolo della questione.

«Ma allora… Perché lo stai dicendo a me?», chiese la ragazza, dopo che un dubbio si era interfacciato nella sua testa.

Il robot la guardò con un luccichio negli occhi. «Proprio non ci arrivi? Devo rifarti il test dell’intelligenza?», la prese in giro.

Virginia lo guardò a bocca aperta, sentendosi d’improvviso stupida per non esserci arrivata prima. «Io ho passato il test?».

Lui annuì, e dalla sua espressione seria Virginia capì che era sincero e non le stava mentendo.

«In realtà non te l’ho neanche fatto, hai ottenuto una borsa di studio per medicina e chirurgia, non è sufficiente?».

«Addirittura? Aspetta un attimo, in cosa consiste allora la mia terza opzione?».

«Bene, aspettavo che me lo chiedessi», replicò lui, e Virginia fissò la sua espressione quasi eterea tormentandosi come fosse possibile che una persona dall’aspetto così umano, affascinante e maschile fosse un robot. «Un anno fa hanno introdotto i test perché un’organizzazione ha bisogno di reclute. Ne assumono moltissime ogni mese perché tanti non si rivelano all’altezza delle aspettative, o si ritirano di loro iniziativa perché troppo spaventati dalle prospettive del lavoro».

«Cosa c’è di così spaventoso nel lavoro che mi vuoi offrire?», domandò la ragazza con ingenuità.

«Non è un semplice lavoro. Esiste un’organizzazione terroristica capeggiata da robot che non hanno nulla a che fare con quelli domestici e completamente elettronici della Da Vinci».

«Un’organizzazione capeggiata da robot? Ma di che diavolo stai parlando, Paride!», sbottò Virginia. Temette che fosse stata scelta per una candid camera di un programma tv. Magari era uno scherzo organizzato da Achille, per qualche soldo in più farebbe di tutto.

Era troppo assurdo pensare che la prima volta che le veniva regalato un robot questo le diceva di averle fatto un test dell’intelligenza e che esisteva un’organizzazione terroristica.

Solo una sciocca avrebbe potuto crederci, specie una nelle sue condizioni, quando la cosa più incredibile che le era mai successa in tutta la vita era proprio quella borsa di studio che aveva vinto.

Iniziò a guardarsi in giro con aria furtiva, aspettandosi di scoprire qualche cameraman, ma questo le fece guadagnare un’occhiata perplessa dal robot.

«La colpa è di alcuni scienziati che hanno creato dei robot inserendogli anche la linfa vitale di esseri umani in coma, e questo ha permesso loro di sentire emozioni umane come la smania di potere o la superbia. Hanno creato una loro organizzazione, la Rivalsa. Ad essa si contrappone la Salvezza».

«La Salvezza?», ripeté Virginia. Per quanto pensasse ancora che tutta quella storia fosse inventata o fosse uno scherzo, era curiosa di sapere come andava a finire.

«La Salvezza è l’organizzazione governativa che sta assumendo reclute per combattere la Rivalsa, la quale intanto è diventata affollata e potente. L’unico vantaggio per la Salvezza è che i robot non possono rubare la linfa vitale a tutte le persone del mondo, solo pochi umani hanno la giusta predisposizione. Dalle recenti ricerche, sembra che solo 1 persona su 3500 lo sia. Vuol dire che nel mondo saranno…».

Il robot non concluse apposta, per verificare il suo livello di velocità nei calcoli matematici.

«Circa due milioni di persone al mondo», rispose Virginia dopo un rapido calcolo. «Ma in base a cosa queste persone possono essere predisposte? E cosa intendi per linfa vitale?».

«Le persone possono essere predisposte in base ad una genetica anomala. La linfa vitale sono il cuore e il cervello umani. Vuol dire che quei robot non hanno solo circuiti elettrici, al loro interno hanno anche un cuore e un cervello estratto da un’altra persona».

Virginia rabbrividì. Avvertì anche un nodo allo stomaco, ma si sforzò di continuare a pensare che fosse tutto uno scherzo, e in attesa che Paride lo ammettesse non le restava che soddisfare la sua curiosità di sapere come continuasse la storia.

«Qual è l’obiettivo di questi fantomatici robot?».

«Vogliono spazzare via il vostro sistema politico e sociale. Vogliono annientare i governi di tutti gli Stati del mondo così da impossessarsi del potere».

«Che tipo di potere?».

«Petrolio, denaro, controllo di massa. Vogliono il potere assoluto, cosa c’è di poco chiaro?», rispose il robot, dimostrandosi un po’ annoiato dalla qualità delle sue domande.

«Ma perché?», insistette Virginia.

«Perché tutti coloro che si ritengono più forti delle altre razze vogliono il potere e il controllo sul mondo. Tu accetteresti di essere comandata da delle formiche?».

«Formiche?», ripeté la ragazza, frastornata da tutte le informazioni che il robot le stava dando. Forse per gli argomenti che aveva tirato in ballo iniziò a pensare che non le stava raccontando delle bugie.

Achille non era così intelligente da inventare uno scherzo così articolato. Forse c’era davvero qualcosa di pericoloso nascosto nel mondo.

«L’uomo non accetterebbe mai di essere controllato dagli animali, ma quei robot hanno istinti umani, ora, e allo stesso modo non vogliono essere controllati da qualcuno che considerano più debole di loro ma che schiavizza i loro simili. Finché ci sarà la Salvezza a combatterli non otterranno il loro obiettivo… forse… ma ha bisogno di più agenti possibili per combattere la sua causa. Alcuni hanno gettano la spugna, altri sono…», Paride si interruppe, e il suo sguardo glaciale fece rabbrividire Virginia.

Aveva un sentore di quello che avrebbe voluto dire, ma era troppo spaventoso anche solo pensare a quel termine.

«Ricapitoliamo: il governo ritiene che io sono idonea ad entrare in quest’organizzazione? Vuole che metta a rischio la mia vita?», esclamò.

Paride si guardò intorno. «Abbassa la voce, nessuno deve sentirti».

Virginia si ricordò di essere in mezzo alle persone: tutti camminavano, per le vie di Roma, con apparente spensieratezza, ma per quanti problemi potessero avere, lei era abbastanza certa di poter dire che nessuno di loro portava sulle spalle un simile segreto.

«Nessuno ti costringerà a fare niente», specificò lui. «La scelta è tua».

«Io non sono tagliata per questo», disse Virginia senza mezzi termini, senza neanche il bisogno di pensarci. Si fermò e lo guardò negli occhi. «Mi stai proponendo di diventare una specie di agente segreto, ma io ho già fin troppi problemi nella mia scialba vita e sono sufficienti per farmi venire quasi un esaurimento nervoso. Queste organizzazioni possono continuare a farsi la guerra e io rimango una formica con i suoi problemi da formica. Un test che mi hai fatto basandoti sulla borsa di studio che ho vinto non è abbastanza per farmi diventare l’agente dell’anno».

Il robot esitò, con l’espressione di chi la sapeva lunga, ma non disse più nulla.

«Continuiamo a passeggiare?», propose Virginia, cercando di dimenticare tutte le cose che le aveva detto e sforzandosi di trovare di nuovo imponenti i suoi problemi con Achille e con il suo desiderio di fare medicina.

«Non devi farne parola con nessuno. Ripeto, la Salvezza è un’organizzazione governativa. Le informazioni che hai appreso sono delle massima segretezza. Ammesso che ti credano le persone a cui lo diresti, se la Salvezza lo venisse a sapere – ed è molto facile, per loro – passeresti molti guai».

«Sarei arrestata dalle Forze dell’Ordine?», domandò Virginia con un sorriso divertito.

«Peggio».

Il tono glaciale del robot spezzò in due il suo umorismo.

«Prometto di non dirlo a nessuno», sussurrò, con l’improvvisa paranoia che i potenti, grazie alle loro grandiose tecnologie, potessero sempre tenerla d’occhio, ovunque andasse e qualunque cosa dicesse.

«Bene».

I due, dopo il notevole percorso che avevano fatto assieme, giunsero davanti alla suggestiva Fontana di Trevi e Virginia cercò di concentrarsi sulle persone, sui cori, “Roma, Roma, Roma, core de ‘sta città” e di non pensare alle storie incredibili che le aveva raccontato Paride.

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****

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Virginia rientrò in casa.

Il robot fece un cenno di saluto riverente in direzione di Ginevra e di suo nonno, anche se l’uomo anziano aveva quasi perso il contatto con la realtà. La rossa guardò ancora un po’ arrabbiata e offesa la sorella maggiore per aver rovinato la serata in famiglia e poi si dedicò al robot facendogli mille domande.

Virginia si avviò automaticamente dal nonno per prepararlo alla notte, ma poi si ricordò di Paride. Si voltò verso il robot e questo le fece capire con uno sguardo che ci avrebbe pensato lui.

La ragazza gli sorrise grata, anche se a motivarlo era nient’altro che un computer.

Salì al piano di sopra pensando che doveva trovare il modo per rasserenare Achille sulla loro possibilità di sopravvivere anche dopo che avrebbe iniziato a frequentare l’università.

Si affacciò alla sua camera e vide che era al telefono.

Parlava in codice e cercava di nascondere in tutti i modi i suoi segreti alle sorelle, ma lei aveva imparato tutti i suoi linguaggi, conosceva le compagnie che frequentava ed era consapevole del motivo per cui il fratello aveva un folle, disperato bisogno di denaro.

Non era per le bollette.

O per la scuola di Gina, né per il mantenimento del nonno.

Aveva un disperato bisogno di soldi perché doveva mantenersi la cocaina.

Dopo che concluse la telefonata tirò fuori una bustina di polvere bianca, la aprì, distese il contenuto…

Virginia si allontanò in fretta, decisa a non affrontare il discorso quella sera.

Odiava parlare con lui quand’era in condizioni pietose, perciò se ne tornò nella sua camera.

Braccia bucate.

Cucchiai in fiamme.

Nasi che perdono sangue.

Le veniva da vomitare.

Se Achille non era ancora entrato appieno nel giro di spaccio era un miracolo, ma quando voleva sapeva essere intelligente e Virginia era sicura che appena si fosse organizzato a dovere avrebbe iniziato a vivere dell’unica cosa che amava. Il lavoro da operaio lo detestava, il rapporto con i superiori gli veniva difficile e la licenza di terza media gli impediva di fare molti altri lavori a parte lo stretto orto destinato a coloro che non avevano studiato.

Lei era disposta ad investire tempo ed energia per molti anni nello studio, ma qualcosa le diceva che Achille le avrebbe fatto passare l’inferno se avesse accettato la borsa di studio.

Fu il primo momento in cui pensò che la proposta di Paride non era così assurda.

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.

Virginia si alzò alle prime luci dell’alba, infilò la tuta e uscì di casa per la routine di corsa.

Amava quel momento della giornata, la aiutava a respirare e la incantava con i suoi giochi di luce. Era tremendamente rilassante vedere evolversi i colori del cielo romano, anche quando correva per due ore.

La corsa era una buona abitudine che l’aveva molto aiutata, durante quegli anni stressanti, a scaricare lo stress.

Era come se viaggiasse, nel suo piccolo.

Fu più o meno a metà della strada che percorreva da una settimana a quella parte che pensò di essere seguita. Era una sensazione che non aveva mai provato prima, ma le rovinò l’umore.

Si guardò indietro più e più volte ma non vide mai nessuno.

Ma, quando la sensazione si trasformò in una certezza, si fermò continuando a studiare la zona. Era finita in un quartiere poco sicuro, lo faceva spesso quando correva ma in un momento di intensa paranoia se ne pentì. Fissò ogni angolo della vietta dove avrebbe potuto nascondersi un ipotetico inseguitore.

Tutto taceva e insultò il suo sesto senso. Ci mancavano solo le manie di persecuzione e avrebbe perduto la sanità mentale.

Quando si girò per riprendere a correre si scontrò con Paride.

Virginia urlò.

«Ma da dove cazzo sbuchi! Sei impazzito? Mi hai fatto prendere un colpo», sbottò, tenendosi con una mano il petto.

«Attenta!», urlò il robot, saltandole addosso.

Finirono entrambi a terra ma Virginia non si preoccupò dell’urto ma dello sparo sordo che udì.

Non ebbe il tempo di metabolizzare poiché vide Paride rialzarsi e scagliarsi contro la persona che aveva sparato.

Virginia non poté assistere allo spettacolo poiché venne strattonata da qualcuno per i corti capelli biondi.

Mugolò per il dolore, ma il suo aggressore non le diede tregua perché le avvolse il collo con un braccio per strangolarla.

I pensieri svanirono: rimase solo il terrore.

Solo quando l’aria stava per finire e vide tutto sfocato l’istinto di sopravvivenza bussò alla porta. Virginia applicò tutta la forza che aveva per allontanare quel braccio quel tanto che bastasse per morderne la carne. Affondò i denti nella pelle sudata e il suo assalitore mugolò per il dolore.

Virginia gli tirò una testata sul muso e riuscì a liberarsi dalla sua presa.

Non seppe dire a che punto della colluttazione tra Paride e l’altro uomo era avvenuta la tragedia, ma su quella strada si era appena consumato un omicidio. Vide che uno sconosciuto, chissà forse un passante che si era trovato casualmente sul posto, giaceva a terra, in una pozza di sangue. Fu come guardare una scena di un film horror, ma senza l’effetto scenico che le permetteva di ricordarsi che era finzione.

Traumatizzata, iniziò a correre.

Il suo primo pensiero fu la fuga.

Poi, però, si ricordò di Paride, si voltò e vide che era ancora alle prese con un uomo più o meno della sua statura. I due si stavano massacrando ed era difficile dire chi stesse avendo la meglio.

Era incredibile la quantità di pensieri che potesse passare per la testa di una persona nel giro di pochi secondi: un robot era in grado di soffrire? Poteva lasciarlo lì a sbrigarsela da solo o doveva aiutarlo?

Una forza sconosciuta la tenne incollata sul posto.

Vide che la persona che l’aveva aggredita era un uomo ed era caduto a terra. Era chiaro che ciò non era stato abbastanza per convincerlo a demordere, anzi, le rivolse un sorriso inquietante, poi tirò fuori una pistola e gliela puntò contro.

Virginia reagì all’istante: tirò un calcio alla sua mano per fargli perdere la pistola. «Puttana!», anche la violenza delle parole, quasi più delle mani, la fecero sussultare, ma non c’era tempo da perdere e vedendo l’uomo spalmarsi per terra per recuperare l’arma caduta Virginia si lanciò su di lui per fermarlo.

Stavolta il suo avversario non si fece prendere alla sprovvista e le tirò un calcio in pieno viso.

La ragazza vide nero e sentì il dolore irradiarsi dal naso fino alla testa. Cadde all’indietro e pensò che non sarebbe più riuscita a sostenere una lotta con una persona così aggressiva.

Di sicuro, le avrebbe sparato da lì a pochi secondi.

Ci fu un altro tonfo e poi una voce famigliare le urlò: «Alzati!».

Era Paride.

«Devi correre, Virginia, correre!», le urlò in faccia, scuotendola come se fosse un’insalata.

La sua voce così animata ebbe effetto (“devi correre, Virginia” diceva a sé stessa in momenti di scabroso terrore) e si lasciò trascinare verso una direzione sconosciuta.

Presto capì che non importava la direzione, solo la fuga.

Era una professionista nella corsa e anche col naso insanguinato e dolorante riuscì ad essere operativa.

Corsero, più o meno, tra i cinque e i dieci minuti.

Attraversavano alcuni punti di Roma dove aveva lasciato la sua infanzia, prima nei pochi anni concessi con i genitori e dopo nei brevi momenti di fugace adolescenza con gli amici. Anche in quei momenti correva, fuggiva, e sognava di andare via, ovunque nel mondo sarebbe andato bene.

Correva, ed era sottoshock: capì che gli episodi violenti che ogni tanto si verificavano in casa sua non erano mai stati la radice del male, solo una briciola.

Un mondo fino al giorno prima ingiusto, difficile e complesso era appena diventato un posto violento, crudele e pericoloso.

Si sentì debole, fragile, impotente.

Un paio di uomini avrebbero potuto decidere per lei cosa ne sarebbe stato della sua vita.

Al di fuori delle mura violente, di rapporti insani e problemi dipendenti dai soldi o dall’incapacità delle persone di trovare la propria identità, il mondo sapeva essere orribile, senza sfumature o compromessi, e quello fu il secondo momento in cui pensò di accettare la proposta di Paride.

Correre l’aveva sempre aiutata a respirare, ma Virginia non respirò.

Riviveva la violenza subita, il senso di impotenza, il rumore, la pistola, l’uomo morto e il “puttana”.

Corsero tra i cinque e i dieci minuti.

Vari attacchi di panico la travolsero, ma riuscì a continuare a correre e trattenere l’ondata di vomito.

Non guardò l’orologio ma anni di esercitazione avevano aiutato Virginia a sviluppare il senso del tempo.

Quando Paride interruppe in modo repentino la sua corsa la bionda quasi gli precipitò addosso.

«Porca miseria, la prossima volta manda un segnale», soffiò, col fiatone e il cuore che batteva, ancora, così forte.

«Non rilassarti, Virginia, li abbiamo ancora alle costole».

Virginia, che si era piegata tenendosi il petto con una mano, sbiancò e si raddrizzò.

«Che vuoi dire?».

«Che è impossibile che si siano arresi così facilmente, hai bisogno di poterti difendere», Paride le offrì una pistola.

La ragazza ebbe un giramento di testa.

«Non ne ho mai usata una!». Cercare di sopravvivere ad un’aggressione era un conto, ma tenere in mano una pistola era anche peggio.

Altri spari le fecero capitombolare il cuore.

Paride fu veloce e le fece schivare, di nuovo, i proiettili, poi tirò fuori anche lui una pistola, sparò in direzione opposta e spinse lei a nascondersi.

Presto fu travolto dal nemico e Virginia, addossata al muro, lo osservò venire sopraffato da entrambi i due aggressori.

Si sporse per sparare ma la paura di sbagliare mira la fece desistere.

Lo stesso uomo che prima l’aveva aggredita si accorse di lei e sorrise.

«Guarda chi abbiamo, una ragazzina che è anche un idiota, lo fai tu o lo faccio io?».

«Non perdere tempo e fai sparire quella scema», lo liquidò l’altro, monopolizzando lo scontro con Paride.

«M-ma—non possiamo parlarne?» anche se la situazione era tragica, Virginia sputò la prima cosa che le venne da dire.

L’uomo, che sembrava avercela su con i suoi capelli, la strattonò e la fece strisciare contro l’asfalto.

«Chiedimelo ancora, coglioncella, con più sentimento».

Virginia si sforzò di scindere la mente dalla paura, alzò la pistola e sparò.

L’uomo urlò, imprecò, la lasciò andare e si tenne la mano perforata.

Virginia si toccò il cuore per assicurarsi che fosse ancora nella cassa toracica.

Si rialzò in piedi e vide che Paride, fortunatamente, aveva atterrato anche lui il nemico.

«Scappa!».

Virginia, lieta di sentire quel monito, ricominciò a correre.

«Sono sicuro, stavolta non ci stanno seguendo».

«Oh bene, adesso posso tornare a fare il bucato», strillò la bionda.

«Virginia! Per cortesia, non siamo all’asilo!».

Di risposta, lei gli avrebbe snocciolato tutti gli insulti in dialetto che conosceva, alcuni classici, altri fantasiosi, ne aveva imparati tanti negli anni grazie ad Achille e grazie al naturale gergo che si diffondeva a macchia d’olio tra i ragazzi, ma Paride preferiva approfondire un’altra questione.

«Almeno sai perché ti stavano inseguendo?».

«Pensi che abbia fatto in tempo a chiederglielo?», sbottò lei. Stava ancora cercando di metabolizzare le immagini di violenza vissute, non era nelle condizioni di interrogarsi sulle motivazioni dei suoi aggressori.

«Hanno iniziato a seguirti dal primo momento in cui sei uscita di casa», le spiegò Paride con pazienza. «Io stavo strappando le erbacce in cortile: ti ho vista, e ho visto un’auto nera parcheggiata lì vicino…».

Virginia ripensò a quando era uscita di casa quella mattina e cercò di ricordarsi ciò che aveva visto. Non aveva notato quella macchina, doveva essere ancora mezza addormentata per rendersi conto delle stranezze che la circondavano per strada. Aveva avvertito la sensazione di essere seguita solo venti minuti dopo, poco prima che i due uscissero allo scoperto.

«Perché non li hai fermati subito?».

«Non potevo accusarli che ti stavano pedinando, avevo bisogno di prove. Non so se lo sai, ma è inammissibile per la legge che un robot leda alla salute umana, se non per difesa del proprio padrone».

Virginia non conosceva quella legge, ma se era vero che era nata un’organizzazione di robot che bramava ad impossessarsi del mondo per scopi di lucro, capiva perché i governi avevano tenuto ad elaborare quel decreto.

«Comunque, mi hai chiesto se so perché mi hanno aggredito. Io non lo so ma qualcosa mi dice che tu lo hai intuito», Virginia pensò che era un bene che non aveva fatto colazione perché la nausea non se ne era ancora andata.

«Ho lottato contro entrambi, e sono più che certo di poter affermare che erano robot».

Virginia si toccò con una mano la bocca, poi il petto.

«Credo che abbiano scoperto che sei una potenziale recluta della Salvezza».

«Oddio…», fece Virginia, sempre più esagitata. «Vuoi farmi credere che quei robot facessero parte della… della Rivalsa?».

«È proprio quello che sto dicendo».

«E come cavolo avrebbero scoperto che potrei essere una recluta?».

«Godono di software molto sofisticati, Virginia. Se riescono ad hackerare i sistemi di alcuni robot domestici come me, e a scoprire che abbiamo fatto un protocollo andato a buon fine, è sensato per loro prodigarsi per far fuori una potenziale recluta».

«Ma io non ho accettato! Anzi, non voglio neanche far parte della Salvezza!», proclamò la bionda, incredula che qualcuno volesse ucciderla solo perché le era stata fatta una proposta di lavoro che tra l’altro non aveva accettato né cercato.

«Se riesci a spiegarglielo sei a buon punto», ribatté Paride, asciutto. «Non sono persone molto socievoli».

«L’ho notato», borbottò la ragazza.

«Io non sono un robot costoso, tua madre non ha speso molti soldi per comprarmi». Sentirglielo dire indusse Virginia quasi a provare compassione per lui. Era strano sentire qualcuno dire che non ci vogliono molti soldi per comprarlo. «Pertanto chi mi ha costruito non aveva i mezzi per lavorare un sistema di programmazione sicuro e potente, per gente come la Rivalsa dev’essere un gioco da ragazzi spiare i miei circuiti».

«Quindi che si fa? Sarai sempre una minaccia per me?», domandò Virginia, inquieta.

«Posso andare in un centro di assistenza per farmi mettere quello che voi chiamate antivirus, ma costerà un bel po’ di soldi».

«Ovviamente», sospirò la bionda. I soldi erano sempre il problema saliente della sua vita.

«Ma non è tutto. Se hanno rilevato il tuo nome e hanno provato ad ucciderti, vuol dire che potresti essere diventata un bersaglio».

Sentendo quelle parole, Virginia venne colta da un attacco di panico al quale, stavolta, non riuscì a sfuggire. Tremò dalla testa ai piedi.

Doveva solo calmarsi, si ripeté… È questo che i dottori dicono ai pazienti quando sono agitati, lo aveva studiato in numerosi manuali.

«Non avrei dovuto dirtelo», concluse Paride.

«Però sei stato sincero», rispose Virginia, imponendosi di pensare che era un bene che avesse saputo tutto, almeno era consapevole di com’era cambiato il mondo intorno a lei.

«Forse è l’ultima cosa che vuoi sentire, ma sappi che con la Salvezza avrai accesso a tutte le armi di cui hai bisogno per l’autodifesa e verrai allenata nella lotta».

«Sai, Paride, non sono ancora convinta ad accettare quel lavoro».

«Come preferisci. Tanto, puoi contare sulla mia protezione».

Virginia sorrise, sentendosi come se avesse trovato un caro amico, anche se considerava ancora stupido provare amicizia per un robot. Era ovvio che fosse disponibile, era stato programmato per assisterla.

Il suo cellulare suonò, avvertendola dell’arrivo di un nuovo messaggio. Achille sbraitava per la sua scomparsa e le aveva scritto che per colpa sua era stato costretto a preparare la colazione a Ginevra e a portarla a scuola.

«Adesso voglio tornare a casa», sospirò Virginia, pensando che il fratello, pur essendo un essere umano, sapeva essere peggiore di un robot aggressivo. «Quando avrò un momento libero provvederò a farti avere un… un antivirus, sì».

«Ma tu non hai soldi per un buon antivirus, non sei al verde?», le fece notare Paride senza mezzi termini, con la freddezza tipica di un robot che non sa che cos’è il tatto o il buon senso.

Quello fu il terzo momento in cui Virginia pensò di accettare la sua proposta di entrare nella Salvezza. Tra tutti i motivi che avrebbero potuta farla vacillare, quello del denaro fece, stranamente, centro. Un buon lavoro avrebbe costituito un vantaggio valido sia per lei, che per la sua famiglia, che per la possibilità di rendere onore ai suoi valori.

Detestava che esistesse un mondo che ruotasse intorno ai soldi, che la gente facesse le guerre per il denaro o che le persone normali impazzissero per il desiderio o la mancanza di poche centinaia di euro. E ancor meno le piaceva valutare un lavoro che non la attraeva per i soldi.

Ma ne aveva bisogno, l’università non era più nel suo futuro e in più era diventata un bersaglio. Con l’occasione, forse, avrebbe potuto comunque onorare il suo desiderio di operare come dottore.

Anche se aveva, conti a mano, molti motivi per accettare, un nodo allo stomaco la tratteneva, la ancorava al mondo orribile ma famigliare a cui era abituata.
Si fece accompagnare da Paride in chiesa.

In testa aveva immagini confuse che si facevano la guerra: i lividi sul collo di Ofelia.

I malori del nonno. Il proiettile nella fronte di suo padre. Ginevra, bambina, che la guardava in attesa che le preparasse un piatto di amatriciana, la sua preferita.

Le sue lacrime, che versava ogni notte tra i dodici e i quattordici anni.

Era in balia dei ricordi, delle lettere che scriveva a Ofelia e che non mandava mai e dell’autocommiserazione che si snocciolava da tutta la vita.

Si era illusa che si sarebbe riscattata e avrebbe recuperato tutto durante gli anni dell’università, che avrebbe saldato il debito di felicità e svago che aveva nei confronti di sé stessa, che le responsabilità si sarebbero alleggerite, e invece era stata caricata di nuovo dolore e lavoro.

Ora, non era più terrorizzata dalla prospettiva di scontrarsi con gente pericolosa.

Era smossa, ancora una volta, dal rancore: era stata privata della speranza di una gioventù libera, della sicurezza di una famiglia unita e ora della possibilità di realizzarsi professionalmente e costruirsi una carriera.

In chiesa, cercò di riconoscersi con la sé stessa bambina, quando si sentiva magica a camminare in quei luoghi suggestivi che la riempivano di parole d’amore e la spingevano a prendere la scelta giusta.

Guardandosi intorno, tutto la riportava all’infanzia: la croce che si stagliava davanti ai suoi occhi, i dipinti biblici, l’odore dell’incenso. Tutto sapeva di innocenza, quando non aveva idea di cosa fossero i problemi economici e le agonie generate dalla solitudine. Suo padre la portava in chiesa e le raccontava storie che la riempivano di meraviglia…

«Virginia!».

Il Don che conosceva da una vita, un uomo basso e dall’aria amichevole, camminò verso di lei.

«Quanto tempo che non ti vedo da queste parti, cara! Sei in meditazione?».

La prendeva sempre in giro quando la vedeva.

Virginia sorrise. «No, sono solo venuta a vedere se fate bene il vostro lavoro».

«Lavoro? Ah, cara mia, altro che lavoro… Dopo il disastro del 2020, sono in attesa solo delle dieci piaghe d’Egitto! Attenta se vedrai l’invasione di cavallette».

La ragazza ridacchiò, divertita. «Sa, non credo che è molto lontano da quello che sta avvenendo nel mondo».

Il Don sospirò, con espressione afflitta. «Sia fatta la Sua volontà. Come in cielo così in terra».

Quando accadeva qualcosa di male, anche suo padre usava dire così.

Diceva sempre così.

La ragazza si alzò in piedi.

«Devo andare».

«Come?», il Don la guardò sorpreso.

«Grazie, Don Oscar», se ne andò con gran fretta, motivata dai ricordi più dolci che avevano riempito la sua mente.

.

.

Paride fissò il suo primo incontro con la Salvezza il giorno stesso alle tre e mezza. Virginia comprese la sua fretta nell’organizzare l’appuntamento, prima ci avrebbe visto chiaro, prima avrebbe chiarito il suo nuovo posto nel mondo.

Perse molto tempo quando si ritrovò a scegliere i vestiti da indossare: era importante che avesse un’aria professionale dato il contesto di un’organizzazione governativa.

Prima di uscire di casa andò a baciare il nonno.

«Ci pensi tu a lui finché non tornano Gina e Achille?», chiese Virginia a Paride.

«Certo, sono qui per questo», rispose lui.

Virginia gli sorrise, e dopo un attimo di incertezza gli sussurrò: «Grazie».

«Non c’è bisogno che tu me lo dica, è il mio lavoro», rispose lui con voce incolore.

«Lo so ma ci tengo a ringraziarti lo stesso per facilitarmi la vita».

La ragazza si infilò la giacca apprestandosi ad uscire, ma prima di farlo esitò. Si guardò in giro, con la netta sensazione che stesse dimenticando qualcosa. Ma, forse, non era solo quello.

Il robot sembrò fiutare la sua ansia, nonostante dovesse essere nient’altro che una macchina.

«Andrà tutto bene, Virginia», la rassicurò.

Lei lo guardò stupita per aver indovinato il suo stato d’animo, lo ringraziò nuovamente e poi uscì di casa.

Quasi le cadde la mascella a terra nel constatare che una limousine nera era parcheggiata davanti alla sua villa.

Aveva pensato di stare andando a lavorare per degli agenti segreti, non per i Vip della Roma ricca, un mondo a lei completamente sconosciuto.

Ad attenderla davanti all’auto c’era un uomo di circa venticinque anni.

«Virginia Ferraro, benvenuta», la accolse, con tono cordiale ma distaccato.

«Buongiorno», rispose lei, sforzandosi per non sembrare intimidita.

Lui si accorse comunque del suo disagio, ma non ne era sorpreso, era abituato ad accogliere reclute.

Durante il viaggio in limousine non fece che parlare di sé. Si chiamava Adamo Bernocchi ed era uno dei primi agenti che l’organizzazione aveva assunto.

Virginia apprezzò il suo approccio morbido per metterla a sua agio. Rimandarono le questioni serie al momento in cui sarebbero arrivati a destinazione.

Dopo mezz’ora la limousine si fermò in una frazione di Roma molto vivace e frequentata. Ovunque voltava gli occhi Virginia vedeva negozi, bar, ristoranti e locali. Sembrava l’epicentro romano della spensieratezza e non riusciva a credere che in quella piazza dove aveva passeggiato tante volte fosse collocato il quartier generale della Salvezza.

Adamo scese dalla limousine e le fece strada.

La sede della Salvezza era una torre situata in un complesso di edifici che visti dall’alto formavano uno skyline spettacolare. La struttura era completata da una guglia, un elemento architettonico a forma piramidale che impreziosiva il grattacielo.

«W-wow», farfugliò Virginia, sentendosi molto piccola davanti a quella torre maestosa.

«A Maddalena piacciono le cose artistiche», disse Adamo, come se ciò spiegasse tutto.

«Chi è Maddalena?».

«Direi che questa è la prima informazione importante che devi sapere. Maddalena Salgari è la creatrice della Salvezza. Lavorava per la Da Vinci, ha una lunga carriera nel campo scientifico, ma quando i robot si sono rivelati una minaccia – questa parte te l’ha raccontata il tuo robot, giusto?».

«Sì, sì, quel pezzo lo so», rispose Virginia, sentendosi già a buon punto per conoscere quelle poche storie che, tuttavia, non erano alla portata della gente normale.

«Bene, Maddalena ha creato la Salvezza per lottare contro La Rivalsa. È riuscita a convincere alcune persone che lavoravano nella più importante multinazionale italiana di robot a seguirla, e ha creato una sua organizzazione. Poi è cresciuta e adesso siamo in tanti a farne parte», spiegò Adamo con tono fiero, e Virginia capì che Maddalena doveva essere una vera celebrità da quelle parti.

«Non so tra quanto avrai il piacere di incontrarla», continuò Adamo, dandole ulteriore conferma delle sue impressioni, «non c’è quasi mai in sede, sai, è una donna molto impegnata. Passa molto sporadicamente a dare un’occhiata o a incontrare le nuove reclute, ma il nostro principale rapporto con lei è virtuale. Riceviamo le sue indicazioni e le eseguiamo».

Virginia capì che la parola di Maddalena era legge nella Salvezza, e da quel momento in poi il suo maggiore capo.

Smise di pensare a Maddalena quando furono dentro all’organizzazione: le presero le impronte digitali e controllarono che non avesse armi. Era molto strano camminare per quei corridoi: avevano un aspetto normale, come se il lavoro dei dipendenti fosse semplicemente quello da ufficio, ma tutti erano perennemente tesi.

Appena intercettò il collega, Adamo si fermò.

«Noel, bene! Stavo cercando giusto te!», esclamò l’uomo, sollevato.

«Lo so», sospirò lui. «Lei è Virginia?».

«Sì, sa già cosa sono la Salvezza e la Rivalsa. Le ho detto solo di Maddalena».

«Immagino dovrò spiegarle il resto», concluse lui, ancora con quella voce vagamente seccata.

Virginia s’infastidì del fatto che parlassero di lei in terza persona.

«In bocca al lupo, amico», disse Adamo, con tono canzonatorio. «Ci vediamo, Virginia, ho molto da fare», concluse prima di dileguarsi.

Lì sembravano aver tutti una gran fretta, pensò la ragazza.

«Bene, io mi chiamo Noel e sarò il tuo supervisore».

«Piacere», rispose lei, e dopo un attimo di esitazione chiese: «Sono la tua prima allieva?».

«Mmh? Cosa te lo fa pensare?».

«Non sembri molto felice di dovermi fare da balia», disse lei senza mezzi termini. Era stato evidente dal primo momento in cui l’aveva guardata negli occhi che era seccato.

Tuttavia sorrise, forse apprezzò il suo spirito d’intuizione. «Se sei così sveglia, allora segui tutto quello che dico, non farmi troppe domande e non farmi perdere tempo».

«Signor sì», rispose lei, poco incline al ruolo di alunna sottomessa. Anche se Noel non fosse intenzionato a farla sentire inferiore, Virginia era abituata ai trattamenti di Achille da una vita, e in quel caso rispondere troppo equivaleva a prendere due schiaffi. Non le veniva difficile farlo anche nei contesti lavorativi.

Noel la scrutò con attenzione, e decise di metterla alla prova. «Sarò chiaro con te, Virginia: questo lavoro non è una puttanata, e non si tratta nemmeno di fare la poliziotta. Solo perché hai superato il test del tuo robot, non vuol dire che hai smesso di fare la disoccupata…».

«Cosa ti fa credere che sono disoccupata?», lo interruppe lei, piccata.

«Non hai le unghie curate. E probabilmente hai indossato il completo più costoso che hai per questo incontro».

Virginia fremette di rabbia.

Ma non voleva fargli capire che l’aveva inquadrata alla perfezione.

«O forse non sono semplicemente interessata a mostrarmi come le ragazze della Roma bene», ribatté, con la sua miglior espressione da giovane donna sicura delle proprie scelte.

«Questo non è un semplice lavoro», riprese Noel, ignorando la digressione. «Verrai sottoposta ad altre prove, e anche se le supererai, ad aspettarti ci sarà una vita in cui potrai dimenticarti del tempo libero. Rischierai la pelle ogni giorno. Noi non contrattiamo o discutiamo con quella gente, ci facciamo la guerra. Hai capito?».

Lei spezzò inaspettatamente la tensione che aveva creato con un altro sorriso. «Ho capito, Nò: come supervisore fai schifo, sono decisamente la tua prima allieva. Perché non mi fai fare il giro della sede?», chiese guardandosi in giro.

Noel era piacevolmente sorpreso, spaventarla non era facile, ma si augurò che avesse afferrato il concetto. Non aveva mai istruito nessuno e non si riteneva un buon insegnante; non aveva l’adeguato senso di responsabilità necessario per essere un maestro, quindi era d’obbligo che la ragazza imparasse il prima possibile a fronteggiare il mondo con cui lottavano.

Virginia e Noel fecero il giro dell’organizzazione.

Lui le spiegò che avrebbe passato le successive due settimane a seguire un allenamento ferreo per migliore la coordinazione, la destrezza, la velocità, avrebbe anche preso lezioni di arti marziali e le ribadì più volte che non era un gioco.

Nonostante vide camere piene di pistole e armi da fuoco di ogni tipo, Virginia si sforzò di non mostrarsi mai turbata, ben consapevole che Noel non aspettava altro.

Pensò anche che il suo supervisore doveva avere una visione maschilista del sistema e riteneva le ragazze poco predisposte a gestire lavori duri fisicamente e psicologicamente.

Era abituata ad essere sminuita da Achille, sempre pronto a mettere in dubbio la validità delle donne sia dal punto di vista dell’intelligenza che della forza, ma la indisponeva sempre quando incontrava nuove persone con quella mentalità.

«Credi di riuscire a tenere in mano una pistola e sopportare il rinculo?», le chiese Noel con tono di sfida.

«L’ho già fatto», ribatté lei, asciutta, naturalmente omettendo che aveva avuto una mezza crisi di panico quando Paride le aveva messo in mano una pistola. Improvvisamente le mancava il suo robot, almeno aveva un approccio delicato e rispettoso.

«E come ti sei sentita?», insistette Noel.

«Sicura!», sbottò Virginia, irritata.

«Prima lezione, avere in mano una pistola non ti rende forte. Puoi non avere nulla in mano ma essere più motivata e determinata delle persone con cui stai lottando. La motivazione: non perderla mai di vista».

Virginia lo guardò attenta e concentrata, dimostrandogli che anche se non era sempre d’accordo con la sua visione, era pronta ad apprendere ogni cosa.

«Allora», sospirò il ragazzo, «hai voglia di rischiare?».

Noel guardò Virginia in attesa, lei guardò lui e dopo un sospiro da persona che ha preso la decisione più importante della sua vita, iniziò: «Io non sono una persona affidabile, non ho concluso quasi nulla nella mia vita, è già tanto se riesco a sopravvivere alla mia famiglia. Nessuno mi ha insegnato a stare al mondo, ho cercato di scoprirlo da sola, e i risultati sono stati spesso disastrosi. Non credo quasi in niente, ma credo nel destino: se un’opportunità del genere si è presenta sulla mia strada vuol dire che c’è qualcosa di importante che posso fare. Una settimana fa era la notte di San Lorenzo e io ho espresso il desiderio di trovare la mia strada. È poetico che la Salvezza sia la mia risposta, perciò sono più che decisa a raccontare a me stessa storie diverse».

Noel la ascoltò attentamente, poi sorrise. «Tu mi piaci, Virginia. Forse potremmo lavorare bene insieme. E questo non è per niente normale».

Lei ridacchiò. «Immagino di no», rispose, stranamente fiera di essersi conquistata la sua stima. «Io non sono normale, non dormo bene neanche la notte».

«Se dormi male la notte questo non è il lavoro che fa per te».

«Non preoccuparti, il problema è che sogno sempre le stesse cose, un attimo prima il giardino dell’eden e quello dopo una folla di cigni neri. È una settimana che mi capita».

Virginia rimase di sasso vedendo che Noel la fissava sconcertato, come se gli avesse fatto la confessione più assurda della sua vita…

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Venezia, una settimana dopo

Yoseph stava discutendo con un assessore della “Serenissima”. La bellezza di Venezia lo aveva piacevolmente colpito: non poteva dire lo stesso dei suoi abitanti, che si stavano dimostrando troppo ribelli.

«Il suo denaro non è una motivazione sufficiente per convincermi ad accontentare una simile richiesta», ribatté l’uomo.

Yoseph fece un sorriso indecifrabile. «Pensavo che la gente settentrionale fosse più facile da corrompere».

«Non so chi le abbia in testa una simile idea, ma non posso darle il permesso di disseppellire cadaveri senza una ragione valida», insistette l’assessore, irrequieto. Tutto, in quell’individuo, lo inquietava, a partire dalla richiesta, ma s’impose di mostrarsi serio e professionale.

Yoseph tirò fuori una pistola e senza scrupolo gliela puntò contro.

L’uomo davanti a lui sbiancò.

«Sicuro di non voler riconsiderare l’offerta?», domandò Yoseph.

L’assessore non ebbe bisogno di pensarci ancora. «Va bene! Le farò avere il permesso!».

«Sa come si dice dalle mie parti? Valuta bene le possibilità prima di rispondere, potresti far incazzare l’uomo con cui sei in trattativa…».

Yoseph iniziò a fare fuoco.

Sparò all’uomo dalla testa ai piedi.

Il pavimento si coprì di sangue.

Poi, telefonò un collega della Rivalsa per comunicargli che la missione era risolta.

Prossimo capitolo “Prima che cali il buio”: https://www.giadazinzeri.it/secondo-capitolo-de-il-mondo-dei-cigni-neri-prima-che-cali-il-buio/