15 Luglio 2024

Titolo: Il rumore dei grilli

Trigger warning: Violenza di genere, violazione del consenso.

Contesto: Giorni nostri. È stata diffusa la dieta a base di carne umana e da quel momento sono nati in tutto il mondo innumerevoli ristoranti e intere multinazionali a tema. Winona, ex spia governativa, è una ragazza che è stata rapita da un gruppo terroristico costretta a fare da body sushi. I suoi più vecchi amici, Jonathan, Mark e Vaughn, sono riusciti a salvare lei e la sua cagnolina Quercia ma dopo la convalescenza la ragazza ha iniziato a soffrire del disturbo post traumatico al ricordo che è stata tenuta in ostaggio per settimane in attesa che la mangiassero.

Il racconto presente è intervallato da flashback del passato che raccontano come è nata moltissimi anni prima la sua storia d’amore con Jonathan e altri che narrano le vicende successive al rapimento.

Nonostante lo stress psicologico Winona vuole vendicarsi dei suoi aguzzini e smantellare l’intera organizzazione. Jonathan e Mark sono contrari, ma per non perderla di vista decidono di seguirla e i tre si avventurano in una lunga ricerca e battaglia. Vaughn li segue ma resta preso da un altro, grande quesito: la ricerca di un misterioso tomo che contiene segreti indicibili, e che tutti i grandi intellettuali, scienziati e politici del momento cercano.

Primo capitolo

Una questione di vendetta

Parigi, 2024

Jonathan si nascose la busta nella tasca della giacca come faceva da sempre con i piccoli oggetti che gli sapevano di casa e bisogni viscerali. Decise di optare per le care e vecchie sigarette, quelle che metteva nella tasca sinistra dei jeans e che gli davano conforto dalla quarta elementare.

In un mondo in costante cambiamento, in una vita sempre più tossica e sfuggente, il tabacco riusciva a riportarlo ad una quotidianità dolce e antica. Se accendeva una sigaretta era a Copenaghen, magari al porto di Nyhavn. Era sé stesso, il vero sé stesso, in modo morbido e nostalgico, e la dicitura “Il fumo uccide” era il maggiore dei suoi problemi.

Nella sua vita non era ancora entrato il “Male”, come lo definiva lui con ammissione e autocritica, non c’era margine d’errore tra lo studio che non completava e le trasgressioni che si concedeva. Anche se, gli diceva sua mamma, il diavolo si annida nei dettagli.

Mise in moto l’auto, pronto ad affrontare la realtà. Entrò con calma nel traffico scozzese, non ancora abituato alla guida che gli richiedeva attenzione a non confondere la destra con la sinistra.

E c’erano tante cose, nella sua testa, che cercavano di distrarlo, che gli reclamavano tempo e spazio.

«La Danimarca è bella, mi piace farci un giro ma non vi preoccupa che rischiamo di lasciarci la pelle e le palle nella missione?», chiese il suo collega Mark, seduto al posto davanti del passeggero. Viaggiavano su una decappottabile e il vento gli scompigliava i capelli lunghissimi, biondi e ribelli.

«Se te la fai addosso dalla paura, biondo, devi cambiare mestiere», lo reguardì l’amico alla guida. L’aria fresca gli solleticava la testa rasata perciò recuperò il suo cappellino dal cruscotto.

«Non ho paura, sono solo realista», replicò l’altro, massaggiandosi i baffi a punta. «Piuttosto… hai sentito Winona in questi giorni?».

Jonathan sputacchiò una nuvoletta di fumo prima di rispondere.

«No, mi sta evitando».

«Non la biasimo, ha passato brutti momenti, forse vuole solo stare da sola», ipotizzò Mark.

«Sai, tutto questo non sarebbe successo se lei non avesse accettato quel maledetto incarico», Jonathan colse l’occasione per sfogarsi sulla quesitone che lo faceva più adirare. «Avrebbe potuto andare all’università, o scopare in giro. Poteva mostrare le zinne su qualche sito porno, oppure mettere su famiglia e allattare marmocchi, invece ha scelto di andare a fare l’eroina del cazzo per conto del governo».

A pensarci col senno di poi, Mark non riuscì a reputare Winona stupida o avventata, ma una donna splendida che aveva usato il suo potenziale a fin di bene.

Decise di prendere le difese dell’amica che aveva sempre apertamente stimato. «Winona è una donna forte, ha fatto le sue scelte, e se anche non le avesse fatte in questo contesto sono sicuro che avrebbe sempre tirato fuori il suo meglio».

«Già, il meglio, e guarda cosa le è successo. È stata rapita, tenuta in ostaggio e costretta a fare body sushi in attesa di essere mangiata. Gran momento di emancipazione».

Mark inspirò per mantenere i nervi saldi.

«Sei un vero maschilista, lo sai?».

«Non me ne frega un cazzo del maschilismo, Mark. Zinne sui social battono dieci a zero spia governativa. A quest’ora dovrebbe preoccuparsi solo di un po’ di diffusione non consensuale di materiale intimo, anziché di dover elaborare il disturbo post traumatico da stress».

«Mi sa che questa fissa per le polemiche sessiste ti stia sfuggendo di mano, amico», sorrise Mark, consapevole del feticcio di Jonathan, nel tempo libero, di spulciare il web per seguire le nuove battaglie sociali.

«Al contrario, amico. È il ventunesimo secolo che è in polemica. Nulla, che sia il collasso climatico, economico o sanitario divide le masse quanto queste cazzate sul sessismo. Prendi il bacio non consensuale del Principe Azzurro a Biancaneve: tutti a discutere di stupro anziché del fatto che grazie al fantomatico bacio quella poveraccia è risorta».

«Se vedi una sconosciuta crepata in una bara, le fai le condoglianze, non ti prendi l’autorizzazione di inumidirle le labbra».

«È soltanto un bacio del cazzo».

«Davvero?».

«Davvero».

«Conosco almeno un film in cui una donna incosciente stesa in un letto viene sottomessa da un uomo per il suo piacere, e non viene considerata fiaba».

«Appunto: non è una fiaba, è solo un film che dura troppo, e la gravità è del tutto diversa».

«Il fatto che sia meno grave non lo rende giusto in automatico!».

«Perché non ci concentriamo sulla missione, ragazzi?», s’intromise Vaughn, annoiato dalla piega della discussione che li stava distogliendo dai loro obiettivi.

«Calma, amico, prima concludiamo il discorso: sei pro a dare spazio alle donne nella società oppure andrebbero tenute in una campana di vetro?», chiese Jonathan, ansioso di tirare le somme.

Vaughn ridacchiò. «Domanda di scorta?».

«Vaughn, cazzo! Diglielo!», sbottò Mark, incredulo che il ragazzo non prendesse posizione.

«Voglio solo dire che non reputo la questione un problema, con tutti i mali che ci sono nel mondo – tra cui, di fatto, dovremmo preoccuparci anche adesso». Vaughn, a differenza dei due compagni di viaggio, era profondamente coinvolto nella missione per via della sua incrollabile fede per ciò che stavano cercando.

Cercò di tagliare corto, ma non gli fu concesso.

«Congratulazioni, Vaughn, te ne lavi le mani dall’alto del tuo privilegio», sancì Vaughn.

Vaughn era spazientito. «Ascoltate, voglio bene a Winona e la stimo molto, ma la missione sarà pericolosa e mi preme parlare di questo».

«Epilogo: non integrare una donna nella società senza che venga schiacciata dalla brutalità maschile, non finisce bene», concluse il ragazzo alla guida. Colpevolizzare Winona era molto più facile che riconoscere la crudeltà degli eventi e della realtà in cui vivevano e che, talvolta, aveva assecondato.

«Va’ a farti fottere!», sbottò Mark.

Vaughn sbuffò: di quel passo, avrebbero continuato a rimanere sulla superfice anziché arrivare al nocciolo del problema.

«Mark, Winona è una ragazza bassa e svampita, avere i modi di fare di un uomo, fare la voce grossa e battute sessuali non la pone allo stesso livello di un uomo, a fine giornata resta solo una ragazza», riprese Jonathan, sicuro che l’amico si fosse fatto abbindolare dal carisma della giovane, che lui concepiva molto più come ingenuità, un’ingenuità femminile che cercava di emergere in un modo maschile e violento.

«No, non ti pone a nessun livello: nulla è maschile o femminile. Anzi, non è quantificabile col sesso biologico: esistono solo i valori in cui crediamo per…».

Mark non riuscì a concludere il suo intenso monologo che il rumore di alcuni spari li mandò in allerta.

Guidavano di notte, in una strada lunga e deserta in mezzo ai campi, e il singolare evento era preoccupante.

«Scusami, che dicevi dei valori e dei nobili sentimenti?», fece Jonathan, cercando di rendere la voce incolore e il sarcasmo sottile.

Mark riuscì a mantenere la concentrazione sull’accadimento piuttosto che sulla provocazione del compagno.

L’auto accostò e i tre impugnarono le rispettive pistole, pronti per andare a sincerarsi di cosa fosse accaduto.

«Cazzo, questo non è un buon segno… Proprio qua dovevamo incontrare il tizio», ragionò ad alta voce Jonathan.

«Pensi che ci abbiano preceduto?», chiese Vaughn.

«No, probabilmente staranno simulando un gioco di ruolo d’azione», ironizzò Jonathan, stringendo bene la pistola e avanzando verso il punto dal quale aveva sentito lo sparo.

I suoi sospetti si rivelarono esatti: per terra giaceva il corpo di Robert, gli occhi erano aperti ma immobili e la camicia bianca imbrattata di sangue.

Lì, in quel campo di grano dove sarebbe dovuto avvenire il loro affare, si era consumato un delitto.

«No, no, no, no… questo è un problema, abbiamo perso il nostro ultimo contatto per avere il libro!», Vaughn per la prima volta si scaldò, rivelando il suo punto debole, la sua priorità, la cosa a cui teneva più di tutte.

«Calma, ragioniamo…», ansimò Jonathan, anche lui agitato.

«Che cosa facciamo adesso? E come cazzo lo spieghiamo a Labhràs?», insistette Vaughn, che sembrava stesse per avere un arresto cardiaco.

«Non lo so!», gridò Jonathan, irritato. Perdere il senno non aiutava nessuno. «Dobbiamo soltanto…»

Alcuni spari si concentrarono verso di loro, facendoli sussultare.

I tre corsero per mettersi in salvo, non potendo vedere la persona che stava facendo fuoco.

«Il giubbotto antiproiettile! Cazzo! Cazzo, io lo dicevo che dovevamo prendere più protezioni», piagnucolò Mark.

«Mark, chiudi il becco e muovi il culo», gli urlò dietro Jonathan, ormai sul punto di diventare anche lui isterico.

Gli spari cessarono ma loro continuarono a correre senza sosta.

Ad una certa, più o meno assieme, realizzarono che non potevano correre senza destinazione col rischio di perdersi di notte in un campo.

«Basta, non ho intenzione di andarmi a imboscare in culandia mentre sfumano le nostre possibilità di spuntare la lista dei nostri problemi».

«Cosa consigli allora?», domandò Mark, il quale stava per crollare al suolo per lo sforzo sostenuto per correre.

«Andiamo da Labhràs».

«Ma il libro…», provò Vaughn, ma il compagno lo interruppe.

«Se qualcuno ha sabotato la missione vuol dire che sapeva quando e dove trovarci. Labhràs capirà e organizzerà un nuovo piano per trovare quei cazzo di documenti».

Vaughn si sforzò di calmarsi e abbracciare la filosofia dell’amico.

Presto o tardi, anche se non con poca fatica, avrebbero trovato il libro.

Copenaghen, 2014

Winona indossava abiti maschili e amava giocare a calcio, ma sotto i vestiti larghi e i cappellini sportivi Jonathan intravedeva un fisico morbido e delicato che lo affascinava.

La ragazza non era un granché con il pallone, ma si impegnava molto, nella corsa era bravina perciò sgomitando a destra e manca era riuscita ad inserirsi nel gruppetto sportivo che si era formato al liceo.

Erano tutti ragazzi tranne lei.

Poiché era chiaramente indietro rispetto ai suoi compagni, un pomeriggio l’aveva supplicato di allenarla.

«Ti prego, cosa ti costa darmi ripetizioni? Io posso aiutarti in inglese!».

«Mi costa perché, inglese a parte, devo studiare anche fisica e chimica, e tu sei una cazzona quanto e più di me in quelle due materie», le aveva risposto con tono rude.

«Ma se te ne freghi da sempre di fisica e chimica! Dai, aiutami con la palla, saprò sdebitarmi, te lo prometto!».

Aveva insistito così tanto che Jonathan alla fine aveva accettato. Non sapeva nemmeno lui perché Winona gli ammorbava l’anima, non erano mai stati particolarmente amici, però era l’unico, complice il fatto di essere compagni di banco, con cui la ragazza era riuscita a chiacchierare nel gruppo del calcio.

Ne seguì un periodo discretamente divertente, dopo scuola si vedevano e passavano lunghi pomeriggi e tramonti al campetto.

Nonostante tutto, nonostante le prove, gli allenamenti e l’impegno, un giorno i ragazzi fecero gruppo e umiliarono pubblicamente Winona.

Venne sfidata da tutti a rotazione, e lei, ingenua, accettava ogni scontro, anche se perdeva sempre.

Era troppo imbranata a calcio, nessuno la voleva in squadra.

Eccetto lui.

È vero, Winona non era una grande calciatrice, ma s’impegnava, più di molti di loro e Jonathan l’aveva vista crescere molto durante le loro prove. Ma non ebbe il coraggio di dirlo e alla fine Winona venne buttata fuori dal gruppo.

La andò a cercare quella sera stessa alle sei, a casa sua.

Una villetta in legno che si stagliava ai piedi di un bosco. Di primo acchito Jonathan pensò che, talento sportivo a parte, la ragazza era molto fortunata e non le mancava nulla.

«Hai già finito di divertirti con quei coglioni dei tuoi compagni?», lo aveva accolto lei alla porta, ancora nervosa per il benservito di quel pomeriggio. In fondo, però, apprezzava che era andato per la prima volta a cercarla a casa.

«Winny, quando vuoi giocare il pomeriggio io ci sono, giuro. Forse in due non possiamo partecipare ad un campionato, ma ci divertiamo».

La ragazza parve sciogliersi. «Non saprei…».

«Beh, sei comunque un cazzetto con la palla, Winny, però dai, non scoraggiarti», le fece l’occhiolino per farle capire che scherzava, ma lei divenne rossa.

«Vaffanculo, stronzo! E non chiamarmi Winny, non sono una ragazzina!».

«È andata per le prove del pomeriggio?».

«Sì, ora sparisci», Winona uscì di casa e chiuse a chiave.

«Dove vai? Tra poco non ceni?», chiese lui, intrattenendosi davanti a lei. La incuriosiva molto, sembrava una di quelle persone che vive di contrasti.

«I miei non sono in casa, vado a farmi un giro allo scoglio», rispose lei, vaga. Poi iniziò a strillare e lui sussultò. «Quercia! Quercia! Muoviti, dai!».

Una cagnolina arruffata emerse da dietro un albero di ulivo, correndo incontro alla ragazza e facendole le feste.

Jonathan si ritrovò, ancora, in mezzo, come se non sapesse da che parte voltarsi.

«Beh, non vai?», chiese lei, perplessa.

«Vuoi che ti accompagno? Ho… troppi compiti da fare a casa», abbozzò un sorriso, augurandosi che non fosse troppo palese il suo desiderio di passare altro tempo con lei.

Winona non indagò né oppose resistenza: iniziò a fare strada riprendendo a chiacchierare di argomenti legati alla scuola o ai pettegolezzi adolescenziali.

Gli scogli, come solo i posti che sanno di poesia e inafferabile nostalgia sanno fare, misero a Jonathan un po’ di malinconia. C’era qualcosa, nella passione naufragata della ragazza, o nelle spiegazioni non date riguardo l’assenza dei genitori, che lo intristiva.

Però gli scogli erano molto, molto belli e loro rimasero là fino a sera tarda.

«Tu ci pensi mai alla morte?», gli aveva chiesto, allora, Winona alle ventidue e diciassette, quando ormai la madre lo riempiva di chiamate e la notte era cupa e estesa ai dlà del mare.

«No, non granché», le aveva risposto lui, mentre si rollava un canna. «Non m’importa nulla della morte, succederà e basta, m’importa solo di non farmi sputtanare la vita dalla scuola e fumarmi più erba possibile senza che i miei minaccino di diseredarmi».

«Io, invece, ci penso spesso. Anzi, non è vero: ci penso sempre. Almeno, minimo, due volte al giorno. Ma molto spesso ci penso quando mi annoio o credo di annoiarmi, quando magari sono a scuola, oppure quando prendo il bus il pomeriggio per tornare a casa, e di fianco a me c’è qualche compagno di terza o la signora anziana che puzza e indossava sempre quel bizzarro vestito a righe. Sono fissata col pensiero che un giorno sarò morta. Vorrei sentirmi di nuovo come quando ero bambina, vorrei riaddormentarmi sentendo i grilli e pensando che il mondo inizia e finisce là, in campagna, tanto silenzio, buio ovunque e le stelle nel cielo scuro. Non vorrei scoprire che, dietro il cielo scuro, c’è il buio totale, e che dopo tanti anni di vita bella o brutta che sia ci sarà la morte».

Jonathan era scosso.

Aveva sempre saputo che esistevano la vita, la morte, la vecchiaia e la malattia: ma non si era mai interrogato troppo. Aveva sempre considerato quelle cose con pragmaticità, una cosa inevitabile e incontestabile, da cui non si può sfuggire.

Quella notte, Winona, ne parlò come se potesse polemizzare. Polemizzava sempre e ovunque, in famiglia, a scuola o nel campetto di calcio, ma forse non aveva capito che diventare adulti, accettare il fatto che non si rimarrà giovani per sempre non è un’opinione con cui essere o meno d’accordo e che la vita non fa sconti e non cerca compromessi.

Desiderò dirglielo, ma Winona tornò a guardare il mare, a carezzare Quercia mentre il vento le scompigliava i capelli, come se pianificasse il modo per fuggire dal tempo e dalla vita.

I suoi occhi erano blu come il cielo danese, faceva molto freddo ma lei sembrava essere stata disegnata per vivere in quello scoglio, con i suoi interrogativi e la sua convinzione di rendere per sempre i pochi attimi dell’esistenza.